Una pratica spirituale in tre pilastri

pratique-spiIl senso della vita? Perfezionarsi, risponde Ostad Elahi. Condurre la propria anima alla sua maturità, cioè a uno stato in cui, nel rispetto della propria natura, l’uomo riesca a dominare perfettamente le proprie pulsioni. È la condizione della libertà interiore. Perfezionarsi, sì, ma come? Attraverso l’azione, insiste Ostad Elahi, ricordando che in questo campo come in molti altri «è praticando che si può progredire». Poiché, se il pensiero e la parola possono risvegliare dentro di noi il desiderio di cambiare e esplicitare le vie che conducono al cambiamento, sfortunatamente non basta parlare di una virtù perché si sviluppi.

È doveroso che la parola ceda il passo all’azione, alla pratica. Ma non a una pratica qualunque…Questa pratica indispensabile al perfezionamento dell’anima, è riassunta da Ostad Elahi in tre pilastri:

- l’attenzione alla Fonte;
– la lotta conto l’io imperioso;
– aiutare gli altri.

1) L’attenzione alla Fonte – un’attitudine meditativa

Nel pensiero di Ostad Elahi, come per la maggior parte dei filosofi che trattano la dimensione spirituale, l’esistenza di ogni essere emana da un’Intelligenza trascendente e generosa che presiede alla creazione del mondo, al suo mantenimento all’esistenza e alla sua evoluzione. Ogni essere si relaziona dunque alla fine con una Fonte unica che non è altro che questa Intelligenza trascendente. Beninteso, potremmo utilizzare anche il termine Dio. Ma quando si tratta di stabilire un rapporto interiore e perfino uno scambio con l’elemento divino presente in ciascuno di noi, Ostad Elahi preferisce generalmente il termine Fonte, che evoca più concretamente il legame fra sé e la fonte originale da cui emana e che l’alimenta. Aggiungiamo a questo, che il termine “Dio” porta delle connotazioni tali che sembra difficile poterlo utilizzare senza rischiare di suscitare dei malintesi.

L’attenzione alla Fonte è un’attitudine interiore meditativa che consiste nel ricercare una forma di comunicazione con il divino. B. Elahi le attribuisce il nome di meditazione naturale. L’obiettivo di questa relazione è di giungere a una comprensione di sé e del mondo che sia in accordo con ciò che è giusto. Io rivolgo la mia attenzione alla Fonte con il fine di cogliere l’ispirazione in grado di orientare la mia vita, i miei pensieri, le mie parole e i miei atti. L’energia sottile captata nel corso di questo processo catalizza positivamente il mio ragionamento. Questo mi permette, prima di agire, di valutare il valore etico della mia azione. Così, alla domanda: «La decisione che sono sul punto di prendere, è conforme all’etica?», arriva un’intuizione che mi fa giungere una risposta, come un’eco nella mia coscienza illuminata.

Questa attitudine, che consiste nel riferirsi al Divino durante gli atti di tutti i giorni, non basta di per sé per costruire un approccio morale. Essa fornisce solamente l’energia necessaria alla nostra anima, alla nostra coscienza, energia che guida la nostra ragione nella pratica dell’etica e anche in ciò che costituisce il suo corollario, vale a dire la lotta contro l’io imperioso.

2) La lotta contro l’io imperioso – un’attitudine ponderata e razionale

L’io imperioso indica nell’uomo tutti i pensieri, intenzioni, desideri, comportamenti che sono intenzionalmente nocivi agli altri e a sé stessi. Non si tratta quindi di attaccare i desideri legittimi, necessari al nostro equilibrio fisico e psichico, ma solamente di rinunciare a quelli la cui soddisfazione nuocerebbe agli altri o a sé stessi, corpo e anima. Questo approccio etico si fonda sul giusto utilizzo della ragione e su un lavoro di educazione del pensiero che consiste nell’illuminarlo attraverso uno sguardo costante su sé stessi, attraverso la relazione con gli altri. Si tratta quindi di una cosa del tutto diversa dall’applicazione di una morale “chiusa”, di codici o di norme preconfezionati. La lotta contro l’io imperioso è una pratica razionale e aperta dell’etica: deve mobilizzare tutte le nostre risorse di riflessione e di inventiva.

«È nelle prove della vita quotidiana che la lotta contro l’io imperioso trova il suo senso». Con queste parole, B. Elahi indica che questo lavoro su di sé non richiede un momento speciale ad esso consacrato fuori dalle occasioni d’implicazione sociale, professionali o familiari. Al contrario, la lotta contro l’io imperioso ha questo di eccezionalmente fecondo: riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza e può dunque essere praticata in ogni momento e in ogni luogo, a condizione che si porti sulla propria vita in generale uno sguardo spirituale.

Portare sulla propria vita uno sguardo spirituale significa essere convinti che le cose che ci accadono, che siano piacevoli oppure no, sono portatrici di un senso e possono essere altrettante occasioni d’approfondimento e di sviluppo della conoscenza di sé. Questo punto di vista ci conduce così a essere particolarmente sensibili agli aspetti del quotidiano che ci offrono una sorta di riflesso del nostro io imperioso o dei nostri punti deboli.

Un esempio dovrebbe permettere di chiarire questo punto.

Una coppia va a una cena. Qui incontrano Isabella, una donna affascinante a cui piace parlare di sé in termini adulatori. Sulla strada del ritorno, la coppia scambia le proprie impressioni. La donna: «Che serata penosa…». L’uomo: «Ah sì? Io ho trovato l’atmosfera molto simpatica. Dovremmo pensare a invitare Isabella, uno di questi giorni…».

Questa esperienza banale, quella di un fatto che suscita in due persone intime delle emozioni opposte, mostra fino a che punto la maniera in cui vediamo il mondo ci fornisce spesso degli insegnamenti sia su di noi sia sugli altri e sul mondo stesso. Nel nostro esempio, la differenza delle emozioni espresse dai nostri due protagonisti è quasi sicuramente dovuta al fatto che

l’incontro con Isabella avrà messo in gioco dei punti deboli diversi.

Lottare contro l’io imperioso dovrebbe dunque implicare per ciascuno:

  • Ammettere che la fonte delle proprie emozioni (piacevoli o no) è dentro di noi. Per esempio, che il disappunto provato in presenza di una persona non ha solamente l’altro come origine, ma può anche provenire, per esempio, da un sentimento di rivalità provato nei suoi confronti. Non si può di certo negare che ci sia qualcosa di sconveniente nel comportamento di una persona che si mette sistematicamente al centro dell’attenzione. Ma il fatto che questo mi irriti, in prima persona, e che questa irritazione mi conduca a volte fino a una forma di ostilità, indica proprio che l’origine reale di questa irritazione deve trovarsi dentro di me. La migliore prova è che, in altri contesti e in presenza di altre persone, accade spesso che un comportamento simile mi lasci del tutto indifferente e che a volte si traduca perfino in una forma d’indulgenza nei confronti di colui o colei che maldestramente si sforza per farsi un posto nel mondo.
  • Una volta ammesso che la fonte dell’emozione negativa è dentro di sé, sforzarsi di controllarla, cominciando con il non tradurla in atto. Notiamo che qui non si tratta di un controllo volto al diniego della pulsione, ma piuttosto di uno sforzo per riconoscere questa pulsione, per analizzarne le manifestazioni e gli effetti e canalizzarne l’energia verso degli obiettivi nobili.

Nel contesto del perfezionamento, la lotta è generalmente considerata come qualcosa di austero, noioso e triste: non si tratterebbe che di reprimersi, di limitarsi. Ma considerata in maniera attiva, attraverso la dinamica propria della conoscenza di sé, la lotta

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appare difatti come una causa giusta e salutare per sé e per gli altri. Quando questa è sostenuta da una motivazione reale per il perfezionamento etico, può perfino rivelarsi una vera e propria fonte di piacere.

3) Aiutare gli altri – un’attitudine umanista

Per Ostad Elahi, il mondo è un laboratorio nel quale si possono praticare i principi etici e divini, ed essere confrontati a prove destinate a far maturare l’anima. L’anima infatti non si può perfezionare senza un confronto con il mondo e senza un’interazione con gli altri. Da questo punto di vista, il modo più fruttuoso per interagire consiste nell’aiutare gli altri. Questa pratica permette, infatti, di uscire da sé stessi e dunque vincere il proprio egoismo e il proprio egocentrismo naturali. Un principio dovrebbe, idealmente, regolare il nostro comportamento in questo mondo: volere per gli altri ciò che si vorrebbe per sé e non augurare agli altri ciò che non si augura per sé stessi. A un grado superiore, questo significa battersi per proteggere gli altri, come ci si batterebbe per sé stessi. Una tale linea di condotta suppone che si sia sempre pronti ad agire nell’interesse dell’altro, anche quando questo risulterebbe in una perdita per sé stessi.

Per trarne un reale beneficio spirituale, la nostra intenzione dovrebbe essere veramente quella di servire gli altri e non quelle di mettersi in luce ed essere ammirati. Ostad Elahi integra la logica dell’atto di dare con le condizioni pratiche necessarie al funzionamento della sua alchimia: la nostra intenzione dovrebbe avvicinarsi il più possibile allo slancio di puro umanismo; l’atto di dare non dovrebbe arrecare né un danno a terzi né un danno irreparabile a sé stessi…

La ragione ultima che anima un tale ideale è l’idea che ciascun essere umana porta dentro di sé una particella divina. Servire gli altri, è servire questa parte di luce che è in ciascuno. Attirarsi i cuori, è attirarsi la grazia divina.

Due osservazioni per concludere:

  1. Ciascuna di queste pratiche collega l’uomo a uno dei tre poli della sua esistenza: Dio, il sé e gli altri. La prima (attenzione alla Fonte) lo collega al divino, al suo creatore, che gli infonde in questo modo l’energia necessaria per realizzare gli altri due. La seconda (la lotta contro l’io imperioso) lo collega a sé stesso, al suo vero sé, nella misura in cui il controllo dell’io imperioso é accompagnato naturalmente da un progresso nella conoscenza di sé. La terza infine (aiutare gli altri) collega ciascuno agli altri, umani o non, i quali vanno considerati come degli esseri completi, ugualmente degni di rispetto.
  2. La pratica di questi tre pilastri non è solamente compatibile con una vita sociale e familiare normale; essa non può avere veramente luogo che in seno a una vita sociale attiva. Questo dimostra quanto l’idea di vivere la propria spiritualità nel cuore della società sia ben altra cosa da una semplice concessione fatta alle condizioni della vita moderna. In essa al contrario dobbiamo leggervi la formulazione di un’esigenza intrinseca al perfezionamento stesso. Una vita sociale e familiare pienamente vissuta implica un confronto quotidiano con gli altri e con il nostro proprio io imperioso.

L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Élisabeth Pomparat. Titolo: Une pratique spirituelle en 3 axes

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