Umiltà 3 – Reperire in sè le caratteristiche dell’orgoglio consustanziale

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Come ogni carattere onnipresente e pervasivo, l’orgoglio consustanziale è difficile da localizzare. È tuttavia possibile identificarlo attraverso un certo numero di caratteristiche. Queste caratteristiche sono più o meno marcate a seconda delle persone, ma nessuno ne è completamente privo. Basta penetrare in se stessi per rintracciarvi, sotto forme a volte oscure, a volte sottili o indirette, forti tendenze che si esprimono più o meno apertamente in funzione delle diverse situazioni.

Egocentrismo

La prima di queste caratteristiche è l’egocentrismo, o la tendenza a vedere tutto in funzione di se stessi e ad attribuire alla propria persona un’importanza maggiore di quanta ne abbia in realtà. In teoria, so bene che sono solo un essere umano tra altri sette miliardi di esseri umani su di un pianeta sperduto nel cosmo. Ma in pratica, agisco e percepisco ogni cosa come se fossi io il centro dell’universo e come se tutto girasse intorno a me. Alcuni esempi tratti dalla vita quotidiana sono particolarmente rivelatori di questa attitudine interiore.

  • Esempio 1: entro in una sala riunioni, e proprio quando apro la porta, sento due persone che ridacchiano. Qual è, nella varietà infinita di possibili cause, la prima che mi viene in mente? Anche se sono molto sicuro di me, è probabile che almeno l’idea mi attraversi la mente: “Ridono di me”. È anche probabile, se dispongo comunque di una psiche sana, che sarò immediatamente in grado di riprendermi e razionalizzare la situazione (“Non c’è alcuna ragione perchè ridano di te. Non essere paranoico.”) .
    Ma resta il fatto che la mia prima reazione è stata quella di interpretare quella risata in funzione della mia persona. La mia tendenza naturale è quella di disporre le cose e le persone intorno a me, siano esse a favore o contro di me.
  • Esempio 2: Ciascuno di noi ha già vissuto nella sua vita la cocente esperienza che consiste, per un motivo o per l’altro, nel mettersi in ridicolo in pubblico. In questo tipo di esperienza, l’importanza dell’ evento, in realtà piuttosto insignificante, non è commisurata alla maniera dolorosa in cui possiamo viverlo sul momento. Ora confrontiamo questa sofferenza con quella che proviamo quando apprendiamo la notizia di un terremoto in una terra lontana, dove migliaia di persone sono morte o sono in attesa, in condizioni atroci, di soccorsi che non arrivano. Cerchiamo di essere onesti con noi stessi: quale delle sofferenze è la più intensa? E ancora, quale dei due eventi è oggettivamente il peggiore?
    Questa tendenza è senza dubbio naturale e certamente necessaria alla conservazione di sé. Tuttavia metterla a fuoco ci permette malgrado tutto di diventare consapevoli della relazione passionale che abbiamo con noi stessi, e delle colossali distorsioni che provoca nella nostra percezione delle cose.

Superioritismo

Si tratta di un fenomeno molto curioso, che si può osservare molto frequentemente nella vita quotidiana: la stessa osservazione, piuttosto innocua in prima persona (“Io sono una nullità”) diventa del tutto insopportabile in seconda persona (“Sei una nullità!”).

Teotimo non pensa mai senza divertimento al vecchio abate Leonida, che ama dire:” Io sono un asino, uno sciocco, un pover’uomo, un peccatore, l’ultimo di tutti “, e che sorride e si intenerisce nel farsi carico della sua sorte. In effetti, se c’è una cosa che l’abate Leonida non ama per nulla, è che gli si facciano delle critiche. Se gli si segnala un piccolo errore, una piccola manchevolezza, diventa collerico e le orecchie gli diventano rosse. Egli pretende di lavorare da solo sulla sua umiltà.

Fratel Denis Hubert, Theotime, Chroniques de la vie monastique
(Teotimo, Cronache di vita monastica),
Paris, Karthala, 1998
Citato in: Christophe André, Imparfaits, libres et heureux. Pratiques de l’estime de soi
(Imperfetti, liberi e felici. Pratiche di autostima), Paris, Odile Jacob, 2006, p. 420-421

Perché reagiamo così male alle critiche che ci vengono dagli altri, mentre siamo i primi ad indirizzarle a noi stessi, e siamo anche capaci di parlarne davanti agli altri? Non è dunque tanto la sostanza della critica che ci ferisce (anche se questo elemento gioca un ruolo non trascurabile), quanto il fatto che è espressa da un altro.
L’altro, nel criticarmi, mi ferisce, perché mi sminuisce, e così facendo mette in discussione un’ altra delle tendenze di fondo che caratterizzano il mio rapporto con il mondo: il “superioritismo”. Perchè io ho la sensazione di essere non solo al centro ma anche al vertice del mondo. Questo spiega il carattere estremamente sgradevole delle osservazioni e delle critiche che ci provengono da altri, o ancora, delle situazioni di insuccesso che viviamo di fronte agli altri.
Ciò non significa, naturalmente, che siamo tutti affetti da megalomania. Le cose sono ovviamente molto più complesse quando le viviamo. Ci sono ad esempio persone di cui è innegabile la superiorità in diversi campi, persone che ammiriamo e che mettiamo al di sopra di noi. Ma se guardiamo le cose più da vicino, possiamo evidenziare alcune delle strategie messe in atto da parte dell’ego per rendere sopportabili queste situazioni.
Così, le persone che ammiriamo sono spesso lontane da noi, fisicamente o simbolicamente. Esse dunque non mettono in ombra il nostro ego. Si tratta per esempio di celebrità, o di qualcuno che si distingue nettamente da noi per età, esperienza, per status sociale … Posso anche riconoscere senza problemi la superiorità di qualcuno il cui campo di eccellenza non entra in competizione con il mio: sono assolutamente disposto ad ammirare un eccellente violinista, se io stesso non pratico alcuno strumento. Ma se io fossi il terzo violino in un’orchestra, avrei più difficoltà ad ammettere il virtuosismo del secondo violino e la sua superiorità su di me.
Un altro esempio: posso ammirare qualcuno a me vicino, nella misura in cui la vicinanza valorizza il mio ego, che in fin dei conti vi trova un vantaggio. Se il mio amico d’infanzia diventa improvvisamente una star del cinema, io posso sia diventare geloso e allontanarmi da lui, sia ammirarlo e permettere al mio ego di raccogliere un po’ della sua gloria, perché faccio parte del cerchio dei suoi intimi. Dovrò certamente ammettere che si trova su una vetta più alta della mia, ma mi assicuro allo stesso tempo una posizione privilegiata su tutti gli altri: io sono la seconda vetta più alta.
Naturalmente, posso anche accettare con semplicità un posto più modesto, posso provare ammirazione e stima in tutta sincerità. Ma questo di solito non è il mio primo impulso, la mia inclinazione naturale. Questo atteggiamento può essere acquisito solo in un secondo tempo, a costo di una riflessione e di uno sforzo per controllare l’ego.

Egocentrismo e “superioritismo” a mio avviso sono le due caratteristiche più salienti dell’ orgoglio, due tendenze di fondo, la cui pressione si fa sentire, ben celata nel profondo della maggior parte dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti.

È estremamente difficile descriverle. Onnipresenti, ma sottili e fluttuanti, sono difficili da identificare, e quando finalmente si pensa di averne individuato una manifestazione, esse si irrigidiscono e prendono una forma caricaturale e grossolana nella quale si fa fatica a riconoscersi. Credersi al centro e al vertice del mondo, pensiamo, è cosa da pazzi e da megalomani. In effetti, nessuna persona di buon senso pensa coscientemente di essere al centro e al vertice del mondo. Ma in pratica, i nostri comportamenti e le diverse emozioni che ci animano, testimoniano la presenza di queste tendenze nel profondo di noi stessi.

Questa rappresentazione, anche se schematica, ci permette in ogni caso di precisare alcune delle definizioni che abbiamo dato finora. L’orgoglio consustanziale è una forza sempre presente e sempre attiva che ha lo scopo di creare e mantenere in me l’illusione di un ego sovradimensionato. L’umiltà, al contrario, è una forza che mi permette di resistere alla pressione dell’orgoglio aprendomi gli occhi sulla realtà di ciò che sono e del mio posto nel mondo.


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Isabelle Najar. Titolo: Humilité 3 – Repérer en soi les caractéristiques de l’orgueil consubstantiel


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2 commenti per Umiltà 3 – Reperire in sè le caratteristiche dell’orgoglio consustanziale
  • Faos

    Mi rispecchio molto negli esempi proposti e soprattutto il secondo mi ha aiutato a ridimensionare la rilevanza di ciò che mi può capitare di sgradevole quotidianamente. In effetti seppur a parole so bene di non essere né al centro del mondo e nemmeno al centro di una sola stanza… eppure mi capita di essere talmente immerso nelle situazioni che me ne dimentico totalmente per poi farci caso magari cinque minuti dopo. Riconosco di essere un Teotimo (colui che riverisce, onora Dio) solo a parole e un Leonida (discendente, figlio del leone) quando poi sono messo alla prova. Ciò che mi è parso di capire è che, appunto, non sono le parole a fare l’umiltà e per far sì che questa possa divenire con il tempo più reale e meno immaginaria, ho cominciato attraverso la concentrazione e la preghiera ad applicare l’autosuggestione … in modo tale da poter collegare più velocemente ed efficacemente le mie convinzioni con le mie azioni… per esempio questa frase mi ha fatto molto riflettere:
    La stessa osservazione, piuttosto innocua in prima persona (“Io sono una nullità”) diventa del tutto insopportabile in seconda persona (“Sei una nullità!”).
    Secondo voi è un buono inizio?

  • Vittorio

    Una volta, diversi anni, fa mi uscì spontaneo questo aforisma: “L’orgoglio è la manifestazione più nobile delle stupidità umana.” Avevo centrato il problema, ma centrarlo e individuarne, per così dire, sia la malattia che la causa, non significa risolverlo. Lavoro in un ambiente professionale, quello della musica, dove vantarsi delle proprie abilità e dei propri risultati è all’ordine del giorno e dove il valore di un curriculum si misura sui successi e i riconoscimenti. Non è facile gestirsi, perché bisogna conservarsi umili interiormente e all’esterno si tratta di essere ‘teatrali’, di non svilirsi e partecipare in qualche modo al clima generale, perché l’eccesso di umiltà è visto anche come mancanza di motivazione verso la professione stessa. E in alcuni casi, se non si simula un po’ di egocentrismo, non si viene neppure ascoltati, perché si associa la competenza di certi ‘maestri’ al cattivo carattere e all’irascibilità! Sto cercando da anni una via personale, ma non è così semplice!

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