Umiltà 2 – Definizione

umilta2Così egli aveva un duplice modo di pensare: uno con il quale agiva da re, l’altro con cui riconosceva qual era il suo vero stato, conscio che soltanto per un caso era al posto in cui si trovava. (…) Era con il primo che si rivolgeva al popolo, mentre con quest’ultimo si rivolgeva a se stesso.

Pascal

L’umiltà è la forma più completa della conoscenza di sé, che presuppone una percezione chiara e lucida di ciò che realmente siamo, e del posto che occupiamo nel mondo. Si tratta di posare su di sé uno sguardo neutro e distaccato: l’umiltà, è anche la capacità di osservarsi con humour.

Con riferimento all’articolo precedente, l’umiltà può anche essere definita come il punto di articolazione tra le due modalità dell’io (psicosociale e metafisico): è il riconoscere la mia condizione metafisica (l’”io non sono nulla”) anche quando sono in interazione con la società, in mezzo agli altri, come gli altri. Sono cosciente della mia insignificanza, anche quando faccio quello che devo fare, o se necessario, difendo i miei diritti e mi faccio rispettare, custodendo dentro di me in ogni momento il “duplice modo di pensare” di cui parla Pascal.

Spesso si tende a confondere l’umiltà con la modestia, che ne è solo la manifestazione esteriore, una virtù sociale. Ma essere umili non si limita solo al mostrarsi amabili, gentili o discreti riguardo ai propri successi. L’umiltà è una virtù che si situa a monte di queste qualità. Si può anche essere umili interiormente pur essendo in grado di “mantenere il proprio rango” in società e saper esercitare la propria autorità se la situazione lo richiede, come si può apparire modesti e rispettosi esteriormente pur sentendosi molto superiori intimamente. L’umiltà, affermava La Rochefoucauld, “è un artificio dell’ orgoglio che si abbassa per elevarsi, e se anche si trasforma in mille maniere diverse, non ha una modalità migliore di camuffarsi e di ingannare di quando si nasconde sotto l’apparenza dell’ umiltà”. Nulla di più vero, ma solo se si riduce l’umiltà al rango di virtù sociale. L’umiltà di cui ci occupiamo si colloca su un altro piano. Si tratta di uno stato d’animo interiore, di un lavoro sul pensiero che si può manifestare – o meno – in un atteggiamento esteriore di modestia, a seconda del contesto.

L’umiltà è un sentimento che consiste da una parte nel prendere coscienza di ciò che siamo e del fatto che non siamo un gran che, e dall’altra nell’accettarci così come siamo. In tal senso, è una condizione indispensabile sia per il nostro benessere psichico (ci sentiamo bene, solo se impariamo ad accettarci) sia per il nostro progresso etico (ci si allontana dalla falsa immagine che l’ ego cerca di dare di se stesso e si ha una percezione di sé più vicina alla verità).

L’orgoglio consustanziale

Per definire un termine, spesso è molto istruttivo prendere in esame il suo opposto, in questo caso, l’orgoglio.
Se l’umiltà è una qualità inseparabile dalla conoscenza di sé, allora l’orgoglio è sinonimo di ignoranza e di percezione illusoria riguardo a se stessi. L’orgoglio sarebbe dunque ignoranza, o menzogna. Analizziamo meglio questo legame evidentemente stretto tra umiltà, conoscenza e verità. Si dice spesso, dei più grandi sapienti e studiosi, che siano anche i più umili. Perché? Perché è ovvio, per esempio, che un grande fisico non penserà mai di vantarsi delle sue conoscenze nel campo della fisica. Le sue conoscenze gli permettono di avere nel campo della scienza moderna un punto di vista sufficientemente chiaro da fargli percepire l’immensità di tutto ciò che rimane da scoprire. È dunque umile, umile

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rispetto a tutto ciò che non sa, e che le sue conoscenze – reali – gli hanno permesso di constatare da vicino. Secondo la nota formula, sa di non sapere. Prendiamo ora uno studente del terzo anno di fisica. Egli ha cominciato ad addentrarsi in alcune delle leggi fondamentali che governano il mondo naturale e queste due o tre conoscenze sono sufficienti a riempire il ristretto campo della sua percezione. Inebriato e “gonfio” di tale sensazione, ha l’impressione di aver compreso il segreto dell’universo, senza rendersi conto di tutto ciò che deve ancora imparare.

L’orgoglio è dunque il frutto dell’ignoranza. È un’energia che, fondata sull’ignoranza che abbiamo di noi stessi, ci spinge a costruire un’immagine di noi dilatata e menzognera che chiameremo l’ego illusorio. Quest’essere misero e orgoglioso gonfio di ego è ognuno di noi. L’orgoglio in questione non è infatti una caratteristica psichica di alcune persone, mentre altre ne sarebbero prive (come si può dire di alcuni, che sono collerici o pigri, mentre altri sono calmi o industriosi…). Non si tratta della vanità o dell’ arroganza, che sono solo manifestazioni esteriori e particolarmente evidenti di uno stato interiore e spesso nascosto. L’orgoglio di cui parliamo è come un “solvente”(1) di cui sono imbevuti i nostri caratteri psichici nel loro insieme. Ne siamo imbevuti così profondamente che non ne siamo consapevoli. Si tratta di un orgoglio consustanziale al nostro essere e che il più delle volte si distingue a malapena dalla sensazione che proviamo di essere noi stessi.

In tal senso ci riguarda tutti, anche le persone gentili, anche quelle timide, quelle discrete, e anche, forse ancora di più, coloro che mancano di fiducia in se stessi e hanno una bassa autostima.

(1) ^ Il termine è di Bahram Elahi, in Fondements de la spiritualité naturelle (Fondamenti della spiritualità naturale).


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Isabelle Najar. Titolo:Humilité 2 – Définition


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3 commenti per Umiltà 2 – Definizione
  • Vittorio

    L’umiltà è anche discontinua all’interno di una stessa personalità. Di solito, come lo scienziato o il vero ricercatore, siamo umili nelle discipline che più conosciamo e improvvisamente diventiamo saccenti e supponenti nelle cose che comprendiamo meno e sulle quali abbiamo poca competenza e scarse informazioni. Ad es. tutti parlano di calcio, di economia o di politica e hanno sempre le soluzioni ideali e definitive per problemi assolutamente complessi o sanno dare consigli agli amici, ai figli, alle coppie con una facilità sorprendente (causando a volte danni irrimediabili). Quindi, il difficile è avere un’umiltà a 360 gradi e per di più un’umiltà vera e interiore che sfugga alla trappola e all’artificio della ‘falsa modestia’, atteggiamento dannoso, perché i primi a crederci e ad esserne convinti siamo noi stessi, al punto di diventare orgogliosi di quanto… siamo modesti!

  • Alhambra

    é sorprendente quanto sia stato illuminante per me questo articolo. Dopo averci lavorato un po’ mi sono reso davvero conto di come l’orgoglio sia per me come l’aria. Presente ovunque, ma talmente invisibile e scontata da non notarla.
    Tuttora non è facile, seppur mentalmente lo capisco, accettare di avere commesso degli errori, accettare delle critiche, sentirmi meno capace di un’altra persona. Mi sento davvero sovrastato. Anche nel lavoro esistenziale su me stesso sento di dover sempre raggiungere dei risultati alla svelta, proprio perché sono una persona speciale, migliore degli altri. E mi sento così tutti i giorni e tutti i momenti. Il giudizio ed il disprezzo altrui sono cose comuni per me, ho scoperto.
    L’unico risultato che mi pare di avere raggiunto è di piacermi un po’ di meno. Che credo sia il primo passo per poter migliorare.

  • Lettore misto

    Ho provato a constatare quanto ciò che dice quest’articolo sia vero nel mio lavoro. Mi occupo di ricerca e non avevo mai notato quanta parte della soddisfazione per un’idea o una “scoperta” fosse autoriferita. Spesso, senza che ciò fosse pienamente cosciente, mi sono congratulato con me stesso per aver capito delle cose o per aver avuto un’idea innovativa. Il fatto di avere idee è, in questo mestiere, un modo di “pesare” il valore del ricercatore. Pertanto è forte la pressione sociale che ci spinge a crederci padroni e artefici di dette idee. In realtà, in questo mese mi sono chiesto quale sia il processo per il quale un’idea arriva alla mia mente, e quanta parte di questo processo sia effettivamente controllata da me. In effetti, a ben vedere, io faccio in genere un lavoro routinario: leggo quello che altri scrivono e lo critico. Poi, quasi inspiegabilmente, sento che una lampadina si accende, un varco concettuale si palesa e un’idea su come collegare fenomeni o spiegarne il funzionamento appare nella mente. Ecco, questo processo non è dipendente da me: non posso accendere io questa lampadina, posso solo far sì di capirne il significato luminoso alla luce di quanto ho letto. Ma non l’ho avuta io quell’idea. E’ arrivata da altrove. Come faccio allora a dire che l’idea è mia? Io la traduco, e il mio vero dovere è capire come tradurla senza farle troppo danno. Questa constatazione mi ha aiutato ad abbassare parte del mio orgoglio, o almeno a non giustificarne la presenza.
    Grazie, quindi, per questa utilissima lettura!

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