Umiltà 1 – Di quale io parliamo?

moi-265x300L’umiltà, una volta virtù cardinale, ha perso la sua attrattiva nelle nostre menti. Forse rinvia inconsciamente all’umiliazione, con la quale condivide una radice comune: humus, terra. Essere umili significherebbe dunque abbassarsi, rimanere a terra, piegare la schiena: insomma, nulla di particolarmente attraente.

Perché interrogarsi oggi su tale concetto, e che cosa può insegnarci sul piano della pratica etica? In realtà, può trasformare in maniera estremamente benefica il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.

Cominciamo ad affrontare l’argomento con una domanda un po’ brusca: chi sono io?

Se mi pongo questa domanda, le prime risposte che mi vengono in mente sono queste: io sono il tal dei tali. Ecco il mio corpo, più o meno bello, più o meno intelligente, giovane o vecchio, in buona o cattiva salute. Occupo una certa posizione nella società: svolgo il tal lavoro, sono ricco o povero, colto o analfabeta. Vivo solo o in coppia, con o senza figli. Sono nato in un certo paese in un dato momento. La mia storia, il mio temperamento, la mia educazione, la mia cultura, tutti questi elementi, combinati in un modo unico, fanno di me quello che sono. Queste prime risposte rinviano ad una certa modalità dell’io che chiamerei l’ io psicosociale.

Tuttavia, c’ è una seconda modalità per rispondere alla domanda, più semplice ma meno immediata, che proviene da una ricca tradizione filosofica: cosa sono io? Io non sono nulla, o quasi. Non sono nulla perché sono mortale, perché nulla di ciò che ho viene realmente da me, perché la maggior parte delle cause che determinano la mia esistenza sono fuori dal mio campo d’azione, e hanno a che fare con la casualità della mia esistenza o con la Provvidenza, a seconda di come vedo le cose. Anche supponendo che io non accetti affatto questa idea e che abbia l’impressione di “essermi fatto da solo” con le mie stesse mani, non potrò negare, tuttavia, che non ho alcun potere reale su ciò che possiedo o penso di avere. Non posso negare che potrei perdere tutto da un giorno all’altro. Non posso intervenire sull’irrimediabile, non posso impedirmi di invecchiare, le cose o gli esseri che sono a me più cari possono scomparire in un istante senza che possa farci niente.

Si tratta di un dato di fatto incontestabile, di un’evidenza talmente grande che abbiamo finito per non vederla. Che cosa sono io? Saggi e filosofi di tutte le tradizioni concordano nel descrivere l’uomo come un essere precario, che per un qualche lasso di tempo fluttua nel bel mezzo di una realtà di cui non ha un vero controllo, e poi muore.

C’è tutta una letteratura sull’argomento,

che non necessita di ulteriori sviluppi, se non che ciascuno lo faccia per se stesso, in una forma di meditazione interiore che aiuti a comprendere meglio e ad assimilare questa verità.

Chiameremo io metafisico questa modalità dell’esistenza o questa dimensione dell’io che lo avvicina al “nulla”, perché fa parte della condizione dell’uomo, qualunque sia la sua situazione nel mondo.

Gli uomini, non potendo porre rimedio alla morte, alla miseria, all’ignoranza, si sono accordati, per rendersi felici, di non pensarci. (Pascal)

In pratica, noi non pensiamo molto al nostro io metafisico, che in ultima analisi riguarda maggiormente il discorso filosofico piuttosto che la “vita reale”. “Tornerò a rifletterci quando ne avrò il tempo, pensiamo, ma per ora, ho troppe cose da fare.” Forse abbiamo anche la tendenza a coltivare una distanza velatamente ironica riguardo a tutte queste grandi considerazioni filosofiche, che cercano di rinviare l’uomo al suo nulla. A ben guardare, tuttavia, quest’ironia non è altro che una strategia di negazione. So bene di essere mortale e insignificante, non lo posso negare, perché è un’evidenza. Ma questa evidenza, che mi appare come una negazione di me (la morte e l’insignificanza), mi angoscia. Siccome non posso negarla, impiegherò tutte le mie forze per negarla. Imparerò a conviverci facendo come se non esistesse, e senza trarne alcuna conseguenza riguardo al mio modo di vivere.

Il risultato di questa rimozione è che nella vita quotidiana, ci accontentiamo di vivere nella modalità dell’io psicosociale mentre teniamo ben nascosto l’io metafisico. Ma questa dimensione metafisica fa parte di noi, così come la dimensione psicosociale. Non è perché non ci pensiamo, che questa cessa di esistere: non è perché rimuovo l’idea della mia morte che io sono immortale. È una realtà che fa parte di me. Se io la nego, ho amputato una parte di me stesso, sono incompleto, mi manca qualcosa.

Noi partiamo dal presupposto che questa cesura, questo divorzio interiore abbia su di me degli effetti negativi. Questo d’altra parte è anche il principio di base della psicologia moderna. Non posso vivere felice senza provare a riconciliarmi con me stesso, fosse anche con una parte del mio essere che apparentemente non mi è favorevole.
Non è bene dire tutta la verità: può darsi, quando si tratta di altri. Ma giammai avrò interesse a nascondere la faccia davanti a una verità che mi tocca, sia pure a prima vista sgradevole.

Io sono dunque un essere mortale e insignificante, lo so, non mi resta che riconoscere interiormente e profondamente questo dato di fatto. Lo scopo di questa serie di articoli è quello di esplorare alcuni percorsi di lavoro, che permettano di dare al nostro io metafisico la giusta collocazione nell’ambito della nostra vita quotidiana, e di riconciliarci con questo. Il concetto, lo strumento etico che ci permetterà di realizzare questo progetto è quello dell’umiltà.

Non esitate a proporre i vostri percorsi personali

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nei vostri commenti. Si tratta di riflettere insieme sulle seguenti questioni:

  • come integrare nella nostra vita quotidiana la coscienza della posizione reale che occupiamo nel mondo? Come vivere tenendo bene a mente che non siamo niente?
  • Esiste davvero un vantaggio nel cercare di vederci al nostro vero posto (come un “niente”) e se sì, di cosa si tratta? Non è forse pericoloso percepire se stessi come un “nulla”?

L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Isabelle Najar. Titolo: L’humilité 1 – De quel moi s’agit-il ?


Consultare Ugualmente:

1 commento per Umiltà 1 – Di quale io parliamo?
  • Mughetto

    Umiltà, secondo me, è anche ascoltare …. non parlare sempre.

    Chi intraprende un cammino spirituale con sincerità e vero interesse è umile di default …. Dio è talmente sovrastante che di fronte alla sua vastità e onnipotenza non ci si può che sentire niente.

    Altra cosa è la difesa della propria persona nel contesto sociale, il campo di battaglia dell’io imperioso globale. E’ anche doveroso difendersi nel rispetto del diritto di tutti.

    C’è una storiella carina a tale proposito. In un villaggio c’era un serpente cattivissimo che teneva sotto scacco tutti. Un giorno passò un santo e la gente gli chiese di liberare il villaggio dal serpente. Il santo andò dal serpente e si fece promettere che non avrebbe più fatto del male agli abitanti del villaggio. Il serpente promise.

    Dopo alcuni anni, il santo ripassò dal villaggio e ricordandosi del serpente volle andare a trovarlo per vedere se si era comportato bene. Lo trovò smagrito, avvilito e rinserrato nella sua grotta.

    “Come mai sei in queste condizioni pietose?” gli chiese il santo. “Da quando sono diventato buono, tutti mi trattano male, mi tirano le pietre, mi feriscono, così sono costretto a starmene rintanato in questa grotta. Il tuo bene è stato per me un male” Il santo sorrise e gli disse: “Ti ho chiesto di non essere cattivo, di non offendere il prossimo …. non ti ho chiesto di non soffiare” (ovvero di non far paura)

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