Per riabilitare la gentilezza

esserebuoniconvieneL’arte di essere gentili: dimostrare che la gentilezza, contrariamente a ciò che la gente sostiene, non é una debolezza bensì una qualità etica. Un compito non semplice, ma Stephan Einhorn, oncologo presso l’Ospedale di Karolinska di Stoccolma, propone una tesi molto convincente nel suo libro Essere buoni conviene .

Stefan Einhorn parte dalla constatazione che la gentilezza non è ben accolta o quantomeno è vista in maniera spregiativa: spesso viene paragonata a una debolezza o addirittura a una forma di ritardo mentale o a stupidità. Per Einhorn, invece, la gentilezza è innanzitutto una forma d’intelligenza: «La gentilezza, così come la concepisco […] non scaturisce mai dalla stupidità, ma piuttosto dal buon senso». È una qualità che permette di vivere secondo un’etica del cuore, preoccupandosi del benessere dei propri simili. Ridefinita così, come «l’arte di essere umani fra i propri simili», la gentilezza acquisisce una profondità inedita.

Ma voler essere gentili non è tanto semplice come si pensa;  spesso ci troviamo dinnanzi a situazioni che richiedono riflessione e saggezza prima di agire. Mantenere fede alle promesse a ogni costo, è sempre possibile? Mentire per preservare un’amicizia, è accettabile? Se le leggi e le regole sono fatte, per definizione, al fine di essere rispettate, è chiaro che, in certi contesti, esse non ci forniscono indicazioni su ciò che si dovrebbe fare per essere giusti o potrebbero condurci ad azioni incompatibili con la realtà dei fatti.

Nell’esercizio della sua professione, l’autore si è sovente ritrovato a confrontarsi con dilemmi, talvolta sconvolgenti, combattuto tra il “segreto professionale” e il fatto di poter salvare una vita violando il segreto medico: «Immaginate di essere un medico e di avere in cura una donna per un cancro al seno […]. La donna si rifiuta di dirlo a sua sorella più giovane che non vede da parecchi anni. […] Se la sorella rimane all’oscuro, il rischio che anche lei si ammali […] é reale. Se viene avvertita, le possibilità di prevenire la malattia sono molto più grandi, ma in questo modo dovreste trasgredire la regola, rischiando di essere […] condannati dall’Ordine dei medici (senza parlare della collera della sorella maggiore). Che cosa fareste in questo caso?». Di fronte a questo genere di esempi, si comprende meglio come la pratica della gentilezza necessiti buon senso e discernimento.

Per guidarci in quest’arte, Stefan Einhorn propone cinque strumenti:

  1. «L’instaurazione di una serie di norme […] e di leggi etiche che ci indichino il modo di agire»;
  2. «La nostra capacità di riflessione» che ci permette di evitare di fare del male;
  3. «La coscienza, che funge da bussola interiore», è il nostro “super-ego” (la nostra “voce interiore”) che ci guida;
  4. La nostra propensione all’empatia che ci deve aiutare a discernere come “fare del bene” e a capire qual è il bisogno dell’altro.
  5. «I nostri simili che sono per noi fonte di consigli e di equilibrio»: non bisogna esitare a chiedere il parere degli altri prima di prendere una decisione da soli; pensare che per l’altro il fatto di essere consultato può essere sentito come un onore!

Il punto di vista dell’autore è rinforzato da esempi concreti che rendono l’argomentazione viva e convincente. Inoltre, questo libro dà la conferma che la gentilezza ben ragionata è un vero vantaggio che giova sia a noi sia agli altri perché: «nessuno può sinceramente aiutare qualcun altro senza aiutare sé stesso: è una delle più belle compensazioni della vita». Attraverso quest’opera, il lettore è invitato a riflettere prima di agire, a prendersi del tempo per pensare alle implicazioni e alle conseguenze dei suoi atti; ma è soprattutto incoraggiato a diventare consapevole della propria responsabilità etica.

«È un po’ imbarazzante essersi interessato al problema umano per tutta la vita e accorgersi che, in definitiva, non si ha altro da offrire che un consiglio: sforzatevi di essere un po’ più gentili», scrive Einhorn nel capitolo finale del suo libro, riprendendo la riflessione dello scrittore Aldous Huxley. Eppure…

E come non citare la regola d’oro che egli ha fatto sua: «Dovremmo trattare gli altri come ci piacerebbe essere trattati».
Meditiamoci su … prima di agire.


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Elsa Guérin. Titolo: Pour réhabiliter la gentillesse


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1 commento per Per riabilitare la gentilezza
  • PAUL

    In effetti mi è capitato più volte di essere gentile e di trarne dei grandi benefici … e chissà le volte che i benefici ci sono stati senza neanche che me ne accorgessi!!! Ho notato però che se sono gentile per ricevere qualche cosa in cambio non è la stessa cosa, è come se l’effetto si “sporcasse”.
    Poi accade anche (raramente) che sono sinceramente gentile e ricevo “pesci in faccia”; in questo caso quello che resta di positivo è sentirmi a posto con la coscienza… che non è poco!

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