L’invidia

invidia

Il morso dell’invidia è l’invidia tutta intera, Francesco Alberoni, Gli invidiosi

Alla resa dei conti, non c’è vizio che nuoccia tanto alla felicità dell’uomo come l’invidia. Cartesio

Dott.ssa Mirela Pascu *

Aurore Sand (che poi assumerà il nome di George Sand) e Jules Sandeau erano molto innamorati e avevano scritto insieme un romanzo, Rosa e Bianca, firmando con le iniziali del loro nomi. Poi, però, Aurore incomincia a rendersi indipendente. Si ritira nella casa di campagna e scrive, da sola, un nuovo romanzo: Indiana. Non lo firma col suo nome, Aurore, ma si limita ad abbreviare lo pseudonimo di prima: G. Sand. Il libro ha un successo trionfante, Sandeau resta colpito e imbarazzato, forse comincia a essere un po’ invidioso. Ma la catastrofe arriva quando Aurore scrive un altro romanzo da sola: Valentina, e lo firma col nome di George Sand. Adesso lei è diventata famosa, adorata da tutti e lui quasi dimenticato. Il loro amore muore.

Occorre un grande, grandissimo amore per superare l’invidia. Occorre che uno riesca a gioire del successo dell’altro. Questo succede più facilmente se collabora attivamente alla sua costruzione, riuscendo, in tal modo a viverlo come suo. Ma occorre anche che questo contributo venga riconosciuto pubblicamente e ricambiato con la fedeltà.

Alcuni pensano che un certo grado di competizione favorisca la vita di coppia. Alcune ricerche dimostrano, invece, il contrario (Alberoni, 1992). Non bisogna confondere il bisogno di affermarsi nella vita per mostrare all’altro di meritare il suo amore, col desiderio di apparire meglio di lui. Ogni persona umana vuol avere un valore. E non vuole solo sentirsi amata, vuole anche veder riconosciuti i propri meriti. Vuol essere apprezzata per le sue capacità e per le sue virtù. Ma quando l’innamoramento si allontana, la società con i suoi “valori” torna a penetrare nella vita di coppia. Se la donna vede suo marito continuamente ammirato, adorato, mentre lei è sempre in seconda fila, prova un senso di svuotamento. Il piacere di trovarsi accanto a una persona del genere, di condividere la sua luce, lascia a poco a poco, il desiderio di avere una propria luce, un proprio valore. Ma guai se, in questo caso, scatta la competizione, perché è destinata alla sconfitta. E, con la sconfitta, appare l’invidia.

“L’invidia? Come un dolore fisico la sfortuna degli altri un piacere”

La scoperta di un team di ricercatori giapponesi. La risonanza magnetica mostra che le emozioni negative attivano nel cervello le aree associate alle sensazioni fisiche

PROVARE invidia è come sentire dolore fisico. Quell’emozione meschina e negativa che ci spinge a desiderare il male per gli altri e a sminuirli per non ammettere che sono migliori di noi è l’equivalente della slogatura di una caviglia o della bruciatura di un dito. Per il nostro cervello le due cose non sono affatto diverse: a rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Science e condotto dall’equipe di Hidehiko Takahashi dell’Istituto Nazionale di Scienze Radiologiche di Inage-ku, in Giappone. Non basta: i ricercatori hanno anche scoperto che il dolore altrui provoca autentico piacere nell’invidioso, la stessa sensazione di appagamento che lasciano il cioccolato e il sesso.
La prova è arrivata dalla risonanza magnetica. Il team di Takahashi ha “fotografato” il cervello di 19 uomini e donne e analizzato a livello neuronale le reazioni all’invidia e alla “Schadenfreude”, che in tedesco indica proprio il piacere che deriva dalle sventure degli altri.
Il risultato nel primo caso è stato un aumento dell’attività nella corteccia cingolata anteriore dorsale, la stessa area che “si accende” quando ci si fa del male fisico. Nel secondo caso, invece, a essere più attivo è lo striato ventrale, che si associa all’appagamento. E’ il tipo di benessere che il corpo sperimenta dopo aver mangiato cioccolato, aver fatto sport o sesso oppure aver assunto droghe.
La scoperta mostra per la prima volta che il cervello elabora nello stesso modo il vissuto sociale e le sensazioni fisiche, siano esse di dolore o di piacere. “L’invidia è una terribile fonte di infelicità per moltissima gente”, diceva il filosofo e matematico gallese Bertrand Russell. Ora sappiamo che, in questo caso, l’infelicità non è una astratta sofferenza dell’anima, ma un dolore concreto e pungente.
(12 febbraio 2009)

L’invidia è il sentimento che noi proviamo quando qualcuno, che noi consideriamo del nostro stesso valore, ci sorpassa, ottiene l’ammirazione altrui. Allora abbiamo l’impressione di una profonda ingiustizia nel mondo. Cerchiamo di convincerci che non lo merita, facciamo di tutto per trascinarlo al nostro stesso livello, di svalutarlo, ne parliamo male, lo critichiamo. Ma, se la società continua a innalzarlo, ci rodiamo di collera e, nello stesso tempo, siamo presi dal dubbio. Perché non siamo sicuri di essere nel giusto. Per questo ci vergogniamo di essere invidiosi. E, soprattutto, di essere additati come persone invidiose. In termini psicologici, potremmo dire che l’invidia è un tentativo un po’ maldestro di recuperare la fiducia e la stima in se stessi, impedendo la caduta del proprio valore attraverso la svalutazione dell’altro.

L’insidia della competizione e dell’invidia è particolarmente forte nelle coppie che fanno lo stesso lavoro e ritengono di avere lo stesso valore. Perché, basta che la società, a torto o a ragione, offra un riconoscimento maggiore all’uno, che l’altro venga preso dal dubbio e dallo sconforto.

Pochissime persone parlano chiaramente e volentieri dell’invidia che provano: parlarne apertamente inibisce perché è come mettersi a nudo, svelare la parte più meschina e vulnerabile di sé. Parlare della persona che si invidia e spiegare il perché significa parlare della parte più profonda di se stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in se stessi.

L’esempio più significante, che riflette l’insieme o il susseguirsi di stati d’animo che portano all’invidia, lo troviamo nella Bibbia: Lucifero, l’angelo più bello tra gli angeli, voleva diventare come Gesù. In Genesi 37 troviamo un altro esempio di invidia e leggiamo che Giuseppe era il prediletto di suo padre Giacobbe perché “era il figlio della sua vecchiaia”. Un favoritismo che ha causato non poche amarezze ai suoi fratelli. Inoltre, i sogni che ha fatto preannunciavano un avvenire molto più luminoso del loro. I fratelli di Giuseppe hanno provato un’emozione universale: l’invidia, un misto di irritazione e di odio contro chi possiede uno o più vantaggi di cui noi siamo privi. Così hanno architettato un piano per ucciderlo.

Probabilmente, qualcuno si chiederà: qual è la differenza tra invidia e gelosia? I fratelli di Giuseppe non erano forse gelosi dell’affetto che nutriva per lui il loro padre? La distinzione è tanto più delicata per via del fatto che la parola gelosia si usa spesso nel senso di invidia. Nell’Otello, Shakespeare, fa interpretare l’invidia e la gelosia a due personaggi diversi. Otello, temibile condottiero si è messo al servizio della città di Venezia per fare guerra ai turchi. Siccome infligge loro una sconfitta dopo l’altra, tutti i veneziani lo adorano. Iago, nobile veneziano, prende molto male il prestigio di cui gode Otello e diventa invidioso, quindi architetta un piano diabolico per far credere a Otello che la sua sposa, Desdemona, lo tradisce col suo amico. Ossessionato dalla paura di perdere l’amore della sua sposa, Otello diventa geloso. Come l’invidia, anche la gelosia è un sentimento doloroso, che nessuno vorrebbe provare, un sentimento che si impone nostro malgrado e di cui ognuno cerca come può di liberarsi, ma in genere con scarso successo.

Riassumendo, si è invidiosi della felicità e dei beni altrui; si è gelosi dei beni che si vuol conservare. Io posso ingelosirmi se il mio vicino, o collega, parla troppo fitto con mia moglie, ma poi posso provare invidia nell’accorgermi che sua moglie è molto bella.

Esistono diversi tipi di invidia? Certamente, sì!

Venite a sapere che uno dei vostri colleghi ha avuto una promozione che speravate toccasse a voi. Quali possono essere le vostre reazioni? Gli studiosi parlano di tre forme di invidia. Naturalmente, le reazioni di invidia sono di rado pure, in genere le tre forme si mescolano o addirittura si succedono l’una all’altra.

Il primo tipo è l’invidia depressiva e la tipica frase che lo accompagna è: “Ahimè, questo a me non succederà mai!” con il risultato di mettersi in disparte e di non pensare. Il secondo tipo è l’invidia ostile per cui voi direte: “Non posso sopportare che l’abbiano promosso prima di me, quell’incapace!”. Quindi, a livello comportamentale, parlerete male del collega e magari gli preparerete un “bello scherzetto” (per fargliela pagare…). L’ultimo tipo, l’invidia ammirativa/emulativa, vi porterà a dire: “È normale che sia stato promosso, ha lavorato sodo!”, di conseguenza andrete a congratularvi con lui e probabilmente raddoppierete gli sforzi per essere promossi. A volte chi invidia benevolmente tende a diventare uno dei più grandi adulatori dell’invidiato: la lusinga aiuta a far credere di partecipare al successo altrui. Nella cultura americana un comportamento del genere è perfettamente accettato: vi è infatti una incitazione esplicita a identificarsi con il vincitore. Ciò non accade nelle culture latine, dove invece chi riesce più degli altri non è altro che l’esempio della altrui insufficienza.

L’invidia è dunque un’emozione complessa: presuppone innanzitutto un paragone tra la nostra situazione e quella dell’altro, e ci porta a costatare la nostra inferiorità, almeno in un certo campo, non modificabile immediatamente. F. Alberoni parla del tormento dell’impotenza dell’invidioso. Una volta costatato lo svantaggio personale, ne possono derivare altri pensieri ed emozioni: tristezza, collera, emulazione, ecc. La reazione di invidia è tanto più forte quanto più l’inferiorità constatata appartiene a un campo per noi importante, essenziale per l’immagine che abbiamo di noi stessi e dunque una componente fondamentale della nostra autostima. Proviamo il morso dell’invidia, perciò, solo quando la superiorità dell’altro si manifesta in un ambito a cui noi diamo valore. L’autostima è una componente vitale della nostra identità, che cerchiamo continuamente di preservare o di proteggere. Quali strategie adotteremo per riportarla al suo livello abituale?

  • Svalutare il vantaggio dell’altro.
  • Trovare nell’altro degli svantaggi che compensino il suo vantaggio: “lei è una bella donna, ma è molto sfortunata in amore” oppure “anche se ha ricevuto la promozione, avrà degli obblighi estenuanti”.

Queste due strategie hanno il vantaggio di non favorire alcuna ostilità tra noi e l’altro e di salvaguardare il nostro rapporto con lui, senza neanche distorcere troppo la realtà. Purtroppo, però, viene quasi naturale usare anche altre strategie.

  • Svalutare l’altro nel suo complesso. Lei sarà anche bella, ma è una stupida o cattiva. Lui avrà anche un bell’appartamento, o una bella macchina, però è un disonesto o pensa solo ai soldi.
  • Punire l’altro per il suo vantaggio. Lei signore, denuncerà il suo amico al fisco per i suoi guadagni illeciti. Invece lei, cara signora, farà di tutto per escludere una bella donna dal gruppo, o per rovinarle il matrimonio, parlandone male.

Ma il cristiano non trama il male contro il prossimo (Proverbi 3,29; 14,22); capita a volte di fare il male più o meno consapevolmente, ma quando ci si rende conto di averlo fatto, se siamo buoni cristiani, cerchiamo di riconciliarci con chi abbiamo ferito. Inoltre, il cristiano non invidia gli altri né per ciò che sono, né per ciò che possiedono (Proverbi 14,30).

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L’esperienza della vita quotidiana, nonché gli studi condotti dagli psicologi, confermano che tendiamo a invidiare persone vicine a noi (fratelli, sorelle, amici, colleghi, vicini, ecc.) per due motivi:

  • innanzitutto perché la vicinanza rende più facile e più frequente il paragone tra i loro vantaggi e i nostri;
  • in secondo luogo, perché, appartenendo a un certo gruppo, noi ne condividiamo la stessa visione di vita, un fattore importante per definire il valore o la posizione di un individuo; le differenze constatate si trasformano presto in minacce per la stima di sé. Magari non vi fa né caldo né freddo pensare alle ricchezze di un miliardario, mentre vi farà soffrire venire a sapere che il vostro amico ha fatto un ottimo affare, affare che anche voi speravate di concludere.

L’invidia nelle sue forme emulative e ammirative può indurci a dare il meglio, a stimolarci, ma l’invidia depressiva può farci soffrire tanto da paralizzarci. Quanto all’invidia ostile, può diventare un tormento atroce se non si riesce a controllarla. Si rischia, inoltre, di avvelenare in maniera duratura i rapporti con chi ci è vicino, in famiglia, nelle amicizie, sul lavoro.

Ecco dunque qualche consiglio che può aiutarvi a tenere a bada questa emozione inevitabile.

Riconoscete di essere invidiosi

Questo consiglio vale per tutte le emozioni, ma soprattutto per l’invidia, che tentiamo di nascondere persino a noi stessi. È un’emozione di cui vergognarsi, tipica di chi “non sa perdere”, di chi è “inacidito”. Il fatto di provarla è in sé una minaccia al nostro amor proprio. Il morso dell’invidia è un’azione involontaria, rispetto alla quale non dovete difendervi né colpevolizzarvi; al contrario, avete la responsabilità di saperla gestire.

Esprimete positivamente la vostra invidia o tenetela per voi

Il consiglio può sembrare paradossale: esprimere un’emozione negativa come l’invidia? Esprimete l’invidia in forma positiva, cioè con umorismo, se potete. Ecco alcune frasi pronunciate da persone in grado di gestire l’invidia:

  • “Bello il tuo appartamento, farà invidia a molti. Per esempio a me.”
  • “Fa in modo che non vada così bene tutti i giorni, altrimenti farò fatica a restarti amico”.
  • “Per fortuna non sono invidioso, altrimenti se lo fossi mi farebbe male. Ahia!”

Se non avete il senso del umorismo, non rimproveratevi, limitatevi a non esprimere la vostra invidia, senza però nasconderla a voi stessi e tenete sempre a mente che “il silenzio dell’invidioso fa troppo rumore” (Kahlil Gibran).

Esaminate i vostri pensieri di inferiorità

Il morso dell’invidia ci coglie spesso quando prendiamo consapevolezza della nostra inferiorità, almeno temporanea, nei confronti dell’altro. Il dolore può presto trasformarsi in reazione ostile. L’ostilità serve anche a controbilanciare il senso di inferiorità. In ogni situazione di invidia, cercate di esaminare i pensieri di inferiorità, spesso legati a dei ricordi, anziché mascherarli con una reazione aggressiva.

Esaminate i vostri pensieri di superiorità

Alberoni osserva che l’invidia è talvolta «l’espiazione dell’orgoglio», il che vale soprattutto per l’invidia ostile e per il risentimento. Ce l’abbiamo ancora di più con l’altro per il suo vantaggio, se pensiamo di meritarlo più di lui. L’orgoglio è una valutazione esagerata dei propri meriti e qualità, per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto.

Contribuire a rendere il mondo più giusto

L’invidia ostile è il risultato di un’ingiustizia. È un’emozione molto dolorosa per chi la prova, e pericolosa per chi la provoca. Tutti possiamo contribuire a rendere il mondo più giusto per noi stessi e per gli altri. Fare in modo che un bambino non cresca svantaggiato rispetto ai suoi fratelli o le sue sorelle, essere un esempio in famiglia, sul lavoro o tra gli amici, prendendo decisioni imparziali.

L’insegnamento dei Proverbi, e della Bibbia in generale, è che l’uomo raccoglie il frutto di ciò che ha seminato (11,18; 22,8-9; Osea 8,7).

L’ultimo consiglio che si può dare è: Non provocate invidia degli altri

Il morso dell’invidia non è una sensazione gradevole. State attenti, perciò, a non provocarla inutilmente. Non si tratta di mascherare continuamente i propri vantaggi, cosa che sconfinerebbe nell’ipocrisia, ma semplicemente di non esibirli troppo, né di ostentare troppa gioia quando gli altri non hanno motivi di provarne.

«Dio non può unirsi a coloro che vivono per compiacere se stessi e che danno il primo posto al proprio “io”. Quanti agiscono in questo modo sono destinati alla perdizione. Il peccato dell’orgoglio e della presunzione può diventare disperato e incurabile. Esso ostacola ogni vera crescita. Quando un uomo ha dei difetti di carattere e non se ne rende conto; quando è talmente pieno di se da non vedere i propri difetti, come può essere liberato? Come può una persona migliorare se crede di essere perfetta?» (E. White, I tesori delle testimonianze, vol. 3).

In conclusione, possiamo dire che riuscire a controllarsi nel parlare, sapere quando parlare, come e cosa dire, sono obiettivi che ogni cristiano deve porsi. In Giacomo 3,1-12 vi è una calda esortazione a moderare l’uso della lingua; per brevità riportiamo solo il versetto 2: «Se uno non sbaglia nel parlare è un uomo perfetto, ed è pure capace di tenere a freno tutto il corpo». Perché è così importante parlare nel modo giusto? Perché quello che diciamo riflette ciò che siamo noi spiritualmente: le nostre parole sono lo specchio della nostra realtà interiore! «Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dall’abbondanza del cuore» (Gesù in Matteo 12,34). In Proverbi 18,4 la Bibbia ci fornisce un insegnamento importante in merito al parlare, poiché le parole rispecchiano tutto l’essere umano e quindi vi è una grande responsabilità nell’uso di esse. La realtà dell’uomo sta nel suo cuore e la parola non fa altro che manifestarla (Marco 7,17-23).


* Professore Dinamiche Relazionali, Università Teologica Avventista, Firenze
Co-Trainer Scuola Specializzazione Psicoterapia Cognitivo-Costruttivista Nòus, Milano


L’articolo è stato tratto dal sito: Maràn-atà.it. Autore: Dott.ssa Mirela Pascu. Titolo: L’invidia

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