L’arte di ascoltare

lartedisaperascoltareL’arte di ascoltare, Plutarco, Mondadori, 2004

Imparare a parlare bene non basta. Se vogliamo usufruire delle parole di chi vuole trasmetterci un sapere, bisogna anche sforzarci di ascoltare bene. Questa è, in poche parole, la tesi di Plutarco ne L’arte di ascoltare. Ci troviamo ben lontani dal discorso attuale sull’ascolto che lo vede quasi esclusivamente come un fattore di autentica relazione con gli altri, come l’atto silenzioso, capace di aprirci alla soggettività altrui per coglierne i bisogni, i desideri e le frustrazioni. Ciò che viene esaminato in questo breve trattato è l’ascolto come “condizione necessaria per qualunque apprendimento”. In altre parole: come ascoltare coloro che sanno (o pretendono di sapere) in modo da trarne ciò che ci permette di progredire nella conoscenza del vero e del bene così cara ai platonici?

In alcune pagine di una chiarezza avvincente, Plutarco esamina i principali ostacoli che si frappongono a un ascolto efficace e i mezzi per superarli. Che si tratti di rivalità mossa da invidia a renderci disattenti ai “bei discorsi” di coloro di cui invidiamo il talento o di attrazione eccessiva per la forma in luogo della sostanza o ancora dell’ammirazione beata che ci fa accettare senza discernimento qualunque cosa venga detta, sono innanzitutto i nostri difetti morali a impedirci d’imparare ascoltando gli altri. Questo è una delle idee portanti di questo libro. La responsabilità della trasmissione della conoscenza e della virtù non è unicamente della persona che trasmette, cioè dell’educatore. Essa è, e in ugual misura, anche di chi riceve: anche chi ascolta ha dei “doveri da assolvere”. L’educazione, e in particolare “l’educazione filosofica”, che si avvicina molto al processo di perfezione spirituale descritto da Ostad Elahi, non può avvenire senza la collaborazione attiva del discente.

La collaborazione inizia con un lavoro sulla qualità dell’ascolto, poi sul modo di porre domande all’educatore. Infatti, ascoltare non vuol dire che lo studente debba stare in silenzio. Le domande sono più che benvenute pur che siano “all’altezza” del discorso iniziale. Plutarco stigmatizza le domande futili o irrilevanti, senza rapporto con ciò che viene detto, così come quelle relative a questioni di cui l’oratore non ha conoscenza o il cui il solo obiettivo è quello di contraddirlo. Egli mette inoltre in guardia chi lavora al proprio perfezionamento morale e spirituale da due difetti nell’ascolto: uno consiste nell’essere indifferenti alle critiche degli altri (in particolare a quelle dei nostri “educatori”), prendendole alla leggera, senza dare la giusta importanza; l’altro, al contrario, è quello di essere troppo sensibili alle critiche, dando prova di una suscettibilità che ci porta a voltare le spalle a coloro i cui consigli e il cui sguardo ci avrebbero aiutato a conoscerci meglio e a migliorarci.

Ognuno di noi, chi in un campo e chi in un altro, è stato (o è ancora), di volta in volta, allievo e maestro. Non fosse che per questa ragione, noi guadagneremmo senza dubbio molto ad ascoltare con attenzione Plutarco. Egli ci ricorda che l’educatore quale, anche occasionalmente, ognuno di noi è, deve prestare attenzione alla precisione delle proprie parole. Che se ne abbia coscienza o meno, le nostre parole hanno un effetto. Esse agiscono a vari livelli sull’anima del destinatario, con il rischio sempre presente di causare danni ma anche con la possibilità, fortunatamente, di diffondere il bene: “Per penetrare il cuore dei giovani, la virtù non ha altra via che l’udito”. Al contempo il filosofo ci esorta ad ascoltare meglio in modo tale da imparare non solo da chi dice il vero ma anche da chi propaga il falso: “Di fronte a chi agisce male non dobbiamo esitare a ripetere a noi stessi le parole di Platone: ‘Sono forse anch’io così?’ ”. In questa maniera prenderemo forse coscienza dell’urgenza di coltivare, oggi come ieri, un ascolto che sia esigente in materia di verità, ma che sia anche benevolente dinanzi agli errori di cui  noi stessi potremmo renderci colpevoli.

Estratto: (preso da http://ebookbrowse.com/plutarco-l-arte-di-ascoltare-ita-ebook-filosofia-sagg-byf-pdf-d207247435)

Giudicare i discorsi dai benefici che se ne traggono.

Evitiamo dunque la vacuità delle parole, mirando esclusivamente al frutto e prendendo a modello le api e non le tessitrici di ghirlande, perché queste ultime, preoccupandosi solo delle fronde fiorite e profumate, intrecciano e intessono una composizione soave ma effimera e infruttuosa, mentre le api, pur volando in continuazione su prati di viole,  rose e  giacinti, vanno a posarsi sul timo, la più acre e pungente delle piante, e vi si fermano «al biondo miele pensando».

Esse prendono ciò che è loro utile e tornano al loro apiario a badare al proprio lavoro. Così l’ascoltatore fine e intelligente disprezzerà questa languida ridondanza verbale e gli argomenti teatrali e spettacolari  [...] Ma si immergerà invece e si concentrerà fino a cogliere il senso profondo del discorso e la reale intenzione dell’autore, per trarne ciò che è utile e giovevole, rammentando a se stesso che non è andato a una rappresentazione teatrale  o lirica, ma in una scuola e in un’aula per correggere il proprio comportamento con la parola. Ne consegue la necessità di esaminare e giudicare l’ascolto partendo da se stessi e dalla nostra disposizione interiore, valutando se qualche passione sia divenuta più debole, se qualche fastidio si sia attenuato, se si siano rinsaldati in noi determinazione e fiducia, se sentiamo più forte in cuor nostro l’entusiasmo per la virtù e per il bene. Quando ci si alza dalla sedia del barbiere, ci guardiamo allo specchio e ci passiamo la mano sulla testa, esaminando il taglio dei capelli e la diversa pettinatura. A maggior ragione,  all’uscita da una lezione e dalla scuola, noi dobbiamo rivolgere subito il nostro sguardo a noi stessi, cercando di capire se l’anima abbia deposto qualche peso soverchio e superfluo e sia divenuta più leggera e più dolce.


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Sophie Levasseur. Titolo: De l’art d’écouter


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