L’altruismo, qualche spunto per motivarsi

A doctor holding an old woman's hand - part of a series.Dopo aver letto su questo sito l’intervista a Bahram Elahi a proposito dell’altruismo, ero stato colpito dall’idea

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che “colui che si impegna nel perfezionamento spirituale deve inserire l’altruismo nel suo programma pratico”. Ho cercato in un primo “articolo” di capire che cosa fosse veramente l’altruismo e come potessimo affrontare questa pratica all’interno di un programma quotidiano. Ora desidero dedicarmi ad esplorare la seconda parte del mio interrogativo: perché praticare l’altruismo.
Quello che ho capito lavorando su questo punto e cercando di sperimentare l’altruismo, è che questa pratica si rivela assai benefica soprattutto per se stessi. Si potrebbe dire in maniera provocatoria che l’altruismo dà molto! Vi è senz’altro qualcosa di paradossale nello scegliere di affrontare la questione dell’altruismo sotto questo aspetto. L’atto altruista non è forse, per definizione, un atto disinteressato compiuto per dovere umano e/o con l’intenzione della contentezza divina? Idealmente dovremmo essere altruisti solo per essere altruisti; eppure mi sono appena espresso in termini di rendimento.
In realtà, il mio scopo è trovare delle fonti di motivazione per coloro che come me non sono spontaneamente altruisti. È evidente che coloro che hanno l’altruismo come seconda natura non hanno bisogno di cercare delle fonti per motivarsi: è da tempo che hanno capito il beneficio che deriva da questa virtù.

L’altruismo: una pratica che dà molto

Dopo qualche mese di sperimentazione, ho fatto qualche constatazione:

Praticare l’altruismo porta benessere

È lapalissiano ma va ricordato e preso sul serio: si vive meglio in una società altruista che individualista!

Esperienza di Aurelia: parto per un viaggio, ho con me una grossa valigia e una borsa. Mi trovo in metropolitana, completamente sola. Una folla intorno a me ma nessuno mi vede. E per di più il mio braccio resta incastrato dentro il tornello, soffro da morire per scendere sulle scale mobili che non funzionano, i pannelli luminosi non funzionano e nessuno mi indica la direzione dei treni… quel giorno ho sentito quali benefici potrebbe portare una società più altruista.

Praticare l’altruismo porta felicità, in ogni caso rende più felici

Basta aprire qualsiasi libro sulla psicologia positiva o sullo sviluppo personale per constatare che l’altruismo è citato come una delle chiavi per essere più felici. Tale pratica è spesso presa in considerazione come sostegno e rimedio contro la depressione. Lavorando sulla questione, mi sono tuffato in uno dei libri di psicologia pratica come “Non affogate in un bicchier d’acqua” di R. CARLSON. L’ho letto e vi ho trovato degli esercizi del tipo “praticate la generosità spontanea, imparate ad ascoltare, siate il primo a tendere la mano, ecc…”. La conclusione è ogni volta la stessa: anche se l’altro non raccoglie il vostro gesto, almeno avrete contribuito a rendere il mondo migliore e avrete il cuore sereno, e ciò è benefico di per sé.
Per convincersi che essere altruisti rende felici, basta ripensare alle occasioni che abbiamo avuto di rendere servizio e di ricordarsi la sensazione interiore che abbiamo provato, un insieme di fierezza e gioia e, in ogni caso, una sensazione di calore interiore, il sentimento di aver agito “come si doveva”.
Essere altruisti, attenti e benevoli verso gli altri rende più felici innanzitutto perché ciò permette per un momento di distogliere lo sguardo da se stessi e di essere in generale più positivi. Inoltre, essere altruisti attira la simpatia degli altri e anche questo contribuisce alla nostra felicità.
Al di là di tutto questo, mi sembra che ciò che renda veramente felice chi agisce “bene” nei confronti degli altri, è, come ho detto sopra, il sentimento di aver agito con umanità, come un essere umano degno di questo nome. Mi sembra che ciò che procura questo sentimento interiore di gioia e felicità, è il fatto di aver soddisfatto una pulsione profonda della nostra anima (mentre la maggior parte del tempo noi rispondiamo alle pulsioni profonde del nostro ego); è il fatto di aver soddisfatto una pulsione etica che è uno degli elementi, insieme al libero arbitrio e alla ragione, che costituisce la nostra umanità. Vi è una vera felicità nel rispondere alle pulsioni di fare il bene, di elevarsi alla propria dimensione umana. Bisogna sperimentarlo per provare questa gioia e questo sentimento di aver agito in conformità con la propria vera natura.
Se la sola prospettiva di essere felici non è sufficiente per tentare gli indecisi e dargli un’altra fonte di motivazione, mi spingerei fino ad affermare che praticare l’altruismo rende il mondo più bello!
Quando conosco persone nuove tendo sempre a dare istintivamente un giudizio sull’apparenza fisica delle persone. Questo giudizio estetico è sempre più legato a ciò che percepisco della loro personalità, le qualità morali prendono il sopravvento su quelle fisiche e a prescindere dall’apparenza tendo a trovare bella la persona di cui apprezzo le qualità umane, chi ritengo “per bene”.
Comunque tutto questo è secondario. Ciò che conta ed è interessante per chi si preoccupa del proprio cammino spirituale, è che cercando di essere altruista ci si perfeziona spiritualmente.

L’altruismo, fattore di perfezionamento spirituale

La pratica dell’altruismo è al centro della spiritualità naturale e quando ci si butta in questa pratica, bisogna sapere che si andrà incontro a un certo numero di battaglie salutari. Sviluppare l’altruismo richiede lo sviluppo di tutta una serie di qualità morali dell’altruista, quelle che definiamo le qualità del cuore: benevolenza, generosità, ascolto, attenzione, affetto, ecc… E per sviluppare queste qualità è necessario concretamente lottare contro molti difetti, in particolare l’egoismo e l’orgoglio.

L’occasione di lottare contro i propri difetti

  • Contro l’egoismo

È logico: se penso al bene degli altri, sacrifico un po’ di tempo, di denaro per gli altri, è tempo e denaro che non dedico a me stesso: lotto contro il mio egoismo. Questo egoismo può rivestire molte forme.

Esperienza di Carolina: volevo fare una gentilezza ad un’amica che frequentavo e avevo deciso di regalarle un mazzo di fiori. All’inizio, era veramente disinteressato, volevo solo farle una carineria. Dentro il negozio, mi assale l’ego (egoismo su un fondo di tirchieria): “non andrai a spendere troppo, pensa a tutte le spese del mese, non è un’occasione speciale, ecc…” All’improvviso, se prima avevo osservato i fiori per la loro bellezza, adesso ho guardato anche il prezzo. Il fatto è che quel giorno ho scelto un mazzo che mi è parso orrendo una volta arrivata dalla mia amica, perché era “marchiato” dalla mia tirchieria. La mia amica era felice ma io mi sono resa conto che il mio atto non era così “bello” come appariva. Per punizione, mi sono ripromessa per il futuro di scegliere i mazzi solo in base alla loro bellezza e non al prezzo. Questo episodio mi ha insegnato che l’egoismo (espresso qui dalla tirchieria) poteva ostacolare e offuscare un atto che era concepito per fare una gentilezza.

In questo caso, l’egoismo si manifesta sotto forma di tirchieria, ma si tratta anche di egoismo ed egocentrismo contro i quali bisogna lottare quando non si ha voglia di dedicare del tempo ad ascoltare qualcuno che ha bisogno di confidarsi, quando non proponiamo di dare un passaggio ad un collega con la macchina perché ci fa allungare la strada e siamo stanchi e abbiamo fretta di rientrare a casa. In effetti, ogni azione altruista incontra un’opposizione egoista contro la quale bisogna lottare.
Un altro grosso avversario: l’orgoglio

  • Contro l’orgoglio

L’ho già detto, l’altruista vero è disinteressato. Non si aspetta nulla in cambio. A questo proposito, volevo sottolineare almeno due trappole che tende l’orgoglio.
La prima è aspettarsi un gesto di gratitudine o ringraziamento: chiunque può provare un’esperienza semplice, guidando la macchina, di lasciar passare un pedone o un’altra macchina senza aspettarsi un segno in cambio. Ammetto di essermi trovato molte volte a protestare interiormente nei confronti dell’indifferenza arrogante dell’altro in simili situazioni! È un piccolo esercizio di “disinteresse” che si può adattare ad ogni sorta di situazione, come ad esempio lasciare “gratuitamente” il proprio posto sui mezzi pubblici. Mi è sembrato che se ci alleniamo nelle situazioni banali, poi si riesce meglio a gestire il proprio orgoglio in caso di atti d’altruismo più importanti. Si tratta di una sperimentazione e di lotta a lungo termine.
La seconda trappola dell’orgoglio può essere più sottile: è il sentimento di essere indispensabili agli altri. Cercare di essere altruisti può far nascere la sensazione che gli altri abbiano veramente bisogno di noi e al contempo che noi siamo veramente importanti e superiori agli altri. Invece il vero altruista è umile e discreto, non si vanta delle proprie buone azioni e non ne trae alcuna gloria. E ciò anche interiormente. Mi sono reso conto di persona che quando aiutavo qualcuno avevo voglia di parlarne, di farlo sapere, di vantarmi un po’. L’orgoglio vuole subito appropriarsi della buona azione. Un buon esercizio pratico contro questa tendenza è di tacere sulle buone azioni che si sono compiute.

L’occasione di approfondire la riflessione

Naturalmente la pratica dell’altruismo, come ogni pratica della spiritualità naturale, presuppone che si abbia buon senso e si rifletta. Ogni situazione richiede una propria risposta adatta e specifica e anche la pratica dell’altruismo è un mezzo per sviluppare la ragione. La pratica deve essere contestuale, ragionata ed equilibrata riguardo ai diversi diritti presenti e tutto il lavoro sul pensiero, necessario per raggiungere questo obiettivo, contribuisce al nostro perfezionamento spirituale.
Oltre a ciò, in maniera più sottile, mi domando se il fatto di essere altruista non sia un modo per partecipare all’opera divina. Possiamo giungere ad affermare che praticare l’altruismo porti la “grazia divina”.

L’altruismo e l’opera divina

Agire bene con gli altri, essere buono e generoso con loro non è forse uno dei modi più sicuri di agire nel senso della contentezza divina? È uno dei principi comuni a tutte le religioni: “volere il bene degli altri e fare del bene intorno a sé”. Quando si attua questa pratica tenendo a mente di avvicinarsi a Dio, si ha la sensazione, per una volta, di “mettersi sulla lunghezza d’onda divina”, di agire sapendo che Dio è soddisfatto di noi e ciò dà molta motivazione.

Ritorno alla realtà: il problema è che, anche se si è assolutamente convinti che è bene essere altruisti, è difficile spesso passare all’atto altruista. Ci prende una forma di inerzia. Questa pratica richiede degli sforzi, richiede di lottare contro la tendenza forte che abbiamo di cercare il benessere personale, la propria serenità. Bisogna alzarsi dalla sedia per andare a prendere un caffè per l’altro, rinunciare alla propria pausa per ascoltare una persona che confida un proprio problema, rinunciare a dormire fino a tardi il sabato mattina per aiutare un amico a traslocare, dormire un’ora di meno per accompagnare un conoscente dall’altra parte della città o un collega che ha perso l’ultima metropolitana. A volte, senza sapere perché, è uno sforzo anche cercare in borsa una matita o un pacchetto di fazzoletti….

Una sola via d’uscita di fronte alla tendenza a restare passivi: PASSARE ALL’AZIONE!


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: ClaudeBG. Titolo: L’altruisme, quelques sources de motivation.

2 commenti per L’altruismo, qualche spunto per motivarsi
  • drM

    Similmente all’esperienza citata, mi capita spesso, mentre pratico l’altruismo di cominciare con una buona dose di trasporto. Sono felice! Ho individuato una cosa che posso fare per fare felice un’altra persona e l’ho fatto con attenzione. Tuttavia spesso sono atti come ascoltare una persona per una certa dose di tempo. Mi sono accorto di avere una sorta di serbatoio di benzina, variabilmente pieno, che quando si svuota lascia spazio all’egoismo. Mentre ascolto una persona mi accorgo che “Certo si sta facendo tardi e devo arrivare a casa presto per motivi futili” oppure comincio a trovare dei difetti nell’altro che ascolto, e così via… Per essere davvero altruista dovrei riuscire a concedermi davvero con la massima sincerità, dedizione e amore ma per tutto il tempo necessario.

  • viola

    La notizia di questi giorni di quel poliziotto che nello Utah è rimasto a tenere la mano di una donna investita e ferita da un autobus finché non sono arrivati i soccorsi mi è stata da spunto per alcune riflessioni:
    - sebbene non fosse in apparenza di nessuna utilità tenere la mano senza altro tipo di soccorso (per esempio farmacologico) né per le ferite né per alleviare il dolore fisico, quell’uomo ha compreso che la solitudine per un essere umano aggrava la sofferenza. Questo significa che era una persona empatica, che si interroga sugli stati d’animo altrui.
    - alla conclusione (per fortuna felice) della vicenda la riflessione del poliziotto è stata: «Questa esperienza mi ha ricordato il motivo per cui ho voluto diventare poliziotto: aiutare le persone». Cioè che se ci si pone nella disposizione altruistica si colgono le occasioni di praticare questa potenzialità.

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