La coscienza e il corpo

La coscienza e il corpoIl problema del rapporto che intercorre fra la coscienza e il corpo ha interessato da sempre molti filosofi. C’è identità? Io sono il mio corpo? Si sono chiesti.  E hanno pensato di poter rispondere a questi interrogativi soprattutto da un punto di vista logico o, nei tempi più recenti, attraverso l’analogia con il computer. Di fatto, però, esiste una mole notevole di fenomeni, ancora troppo poco sistematizzata ma sempre più di dominio pubblico come le esperienze di coloro che hanno vissuto  stati di pre-morte (N.D.E.). Esperienze spesso confermate da medici e rianimatori, che sembrano rivelare stati di coscienza non collegati alle funzioni cerebrali. Questi racconti, quindi, più che un genere letterario alla moda, meritano di essere considerati e studiati da un punto di vista rigorosamente scientifico, privo di pregiudizi.


Per coloro che s’interessano alla spiritualità, la questione dell’esistenza dell’anima e della sua sopravvivenza dopo la morte fisica è importante. Qual è il rapporto fra la coscienza e il corpo? L’espressione di questa coscienza poggia interamente sul corpo? Queste questioni mi hanno molto preoccupato all’epoca in cui terminavo i miei studi. È un problema delicato, poiché considerare seriamente l’ipotesi dell’esistenza di un’anima indipendente dal corpo  è molto spesso ritenuta una posizione degna solamente di una discussione formale tra filosofi; molte delle reazioni – soprattutto negli ambienti scientifici che frequento – si limitano al rigetto indignato o allo scetticismo derisorio.

Molti, soprattutto fra i miei colleghi, pensano che affrontare questa tematica scientificamente e  razionalmente sarebbe il segno di una mente debole o inadatta al ragionamento logico. Eppure, la storia delle scienze ci mostra che il campo dei possibili è in realtà molto più vasto di quanto un’interpretazione troppo angusta delle nostre attuali conoscenze ci lascerebbe presagire. Una mente autenticamente razionale dovrebbe essere almeno prudente sulla questione e aperta ai fatti in grado di darci qualche risposta. Sono questi fatti a essere l’oggetto di questo breve articolo: dopo aver richiamato informazioni note, desidero riferire di fatti che ho personalmente raccolto, fatti di cui il meno che si possa dire è che sollevano delle questioni. Questioni che non mi sembrano prive d’interesse per tutti coloro che si sentono coinvolti dal problema della relazione fra corpo e anima.

Un richiamo ai fatti  

A partire dall’Ottocento, molti autori hanno riportato fatti sconcertanti in relazione a ciò che oggi chiameremmo i fenomeni di “Near Death Experience” (NDE) o, in italiano, le “esperienze di pre morte”. Ma è il libro di Raymond Moody, La vita oltre la vita, pubblicato a metà degli anni Settanta, che li ha resi celebri. Moody apprese un giorno che uno psichiatra, George Ritchie, in seguito a un incidente, aveva avuto una sorta di sogno molto strano. Divenuto professore di filosofia, quindici anni dopo, incontrò uno studente che gli confessò di aver fatto un’esperienza sconvolgente incredibilmente simile al sogno del Dott. Ritchie. Riportando queste due esperienze davanti a diversi gruppi di studenti, ebbe la sorpresa di constatare che in ogni gruppo vi era  almeno una persona che alzava la mano e sosteneva di aver vissuto un’esperienza simile e di non aver mai osato parlarne prima. A volte, si trattava di medici che riferivano storie raccontate dai loro pazienti, a seguito di un incidente o un’operazione.

Da qui partì la raccolta di testimonianze che infine portò alla pubblicazione del suo libro. È importante ricordare le circostanze legate alla nascita di quest’opera per evitare di avere un’opinione sfavorevole per partito preso e rifiutare di prendere in considerazione l’ammissibilità delle testimonianze riportate.

Il successo di questo libro  aveva turbato profondamente un medico, Michael Sabom. Scioccato da ciò che egli aveva considerato come elucubrazioni senza fondamento, in collera verso quello che a lui era sembrato una truffa intellettuale e scientifica, decise di portare avanti una ricerca personale per polverizzare il metodo seguito da Raymond Moody. Poiché lavorava in ospedale, presso un reparto di rianimazione cardiaca, non gli fu difficile trovare persone uscite da uno stato di coma profondo.

Le prime persone interrogate dichiararono di non ricordare nulla. Una infine domandò preoccupata se egli non fosse per caso uno psichiatra, poi cominciò a raccontare la sua esperienza, molto simile a quelle riportate da Moody. A malincuore, Sabom decise di seguire questa inchiesta che lo portò a pubblicare a sua volta un libro.

A partire da questo momento e un po’ ovunque, più persone si sono messe a raccogliere testimonianze; l’argomento è diventato di moda e si contano numerose decine  di migliaia di casi presi in esame. Questi casi sono stati analizzati in libri, articoli di stampa, ma anche in riviste scientifiche, specialmente psichiatriche.

In tutti questi casi si fa riferimento a esperienze di “fuoriuscita dal corpo”: il soggetto si vede sopra la scena dell’incidente o dell’operazione, può spostarsi, ecc. Che cosa significano queste esperienze? A rigore esse non possono provare l’esistenza di qualcosa oltre la morte. Infatti, anche se si è turbati da testimonianze precise di persone su quando erano in stato di morte clinica (assenza di circolazione sanguigna, di attività cardiaca, di stimolo nervoso, di scambi chimici a livello cellulare, di attività cerebrale), è sempre possibile contestare la cosa dicendo che si tratta di un sogno sopraggiunto nell’istante  dell’arresto delle facoltà o al momento del risveglio. E dal momento che queste persone sono ritornate in vita, non possono per definizione testimoniare che, dopo la morte fisica definitiva, possa prodursi un sentimento di esistenza e di coscienza attiva.

Anch’io ho avuto bisogno di verificare la validità delle testimonianze lette nei libri di Moody o di altri. Ho cercato intorno a me, ho interrogato persone del mio ambiente al fine di sapere se alcune avessero vissuto eventi simili. All’inizio volevo verificare se le testimonianze raccolte fossero affidabili oppure no. E ho trovato, abbastanza facilmente, un collega dell’università, rianimato dopo un annegamento e alcune altre persone.

Una testimonianza fra tante

Vorrei ricordare una di queste testimonianze e ripercorrere le riflessioni che essa ha suscitato in me. Una collega di un mio fratello aveva finito con l’accettare d’incontrarmi per raccontare la sua storia di cui fino a quel momento aveva parlato solo in maniera vaga confidandosi con le persone che le erano più vicine.

Quando aveva solo una ventina d’anni, era finita con la sua moto contro una porta a vetri. Si era ritrovata dall’altra parte, incosciente e con un braccio mezzo staccato. Non era in stato di morte apparente, ma in coma profondo, con un trauma cranico. L’inizio della sua testimonianza è classico: aveva rivisto la sua vita passarle davanti. Tuttavia, oltre a questo, ha aggiunto degli elementi che non mi erano mai stati raccontati; aveva rivissuto la sua vita nella sua durata, trovandosi contemporaneamente in se stessa e fuori dal suo corpo. Provava le stesse sensazioni, le stesse emozioni e, allo stesso tempo, si vedeva pensare, parlare, agire e giudicare le sue attitudini sia interiori che esteriori. Per ogni pensiero, per ogni intenzione, ogni parola o ogni azione, la sua “coscienza esterna” si rallegrava o si rattristava.

Poi mi ha raccontato di essere uscita dal corpo e di essersi messa a fluttuare al di sopra della scena dell’incidente. Questa era, per me, già una testimonianza “classica”. Per spiegare l’origine di un tale fenomeno, alcuni scienziati hanno proposto recentemente l’ipotesi della mancanza di ossigenazione del cervello. Senza entrare nei dettagli, la spiegazione mi sembra debole, perché in numerose occasioni si verifica una simile privazione  senza provocare esperienze di “fuoriuscita dal corpo”. Ci si può così stupire che fra gli specialisti dell’immersione profonda in apnea nessuno abbia mai avuto un’esperienza almeno in parte simile. Comunque sia, la mia testimone raccontò che durante questa esperienza di fuoriuscita dal corpo, era certa, senza poter spiegare da dove provenisse tale certezza, che avrebbe ripreso i sensi. Era consapevole che nessuno le avrebbe creduto e cercò di vedere come avrebbe potuto provare la veridicità del suo racconto.

Decise quindi di annotare mentalmente tutti i dettagli che le fosse possibile rilevare: la fisionomia delle persone presenti, i dettagli dei vestiti delle persone che si trovavano sul luogo dell’incidente, i numeri di targa dei veicoli di soccorso ecc. “China al disopra” della spalla del capitano dei pompieri, memorizzò gli appunti che prendeva in vista della redazione del suo rapporto. Dal soffitto della sala operatoria, leggendo nei pensieri dei membri dell’équipe medica, mentre il chirurgo si domandava se sarebbe riuscito a salvarle il braccio, si diceva: «Ma certo che ci riuscirà».

Al suo risveglio, quando questo medico andò a visitarla, gli raccontò la sua esperienza. Costui non si stupì affatto: «Di tanto in tanto mi raccontano storie di questo genere». All’uscita dall’ospedale, portò avanti la sua ricerca, interrogando i pompieri. La sua testimonianza “visiva” fu confermata.

«E se fosse vero?»

Questo racconto pone una serie di domande che richiedono risposte razionali. La ragazza era in coma. Io posso anche accettare che una persona, in uno stato simile in cui il cervello resta in attività, possa registrare e memorizzare sequenze sonore e costruire un sogno coerente a partire da tali ricordi. Ma com’è possibile poter osservare dettagli visivi precisi, avendo gli occhi chiusi? Nessun tentativo di spiegazione del tipo “mancanza di ossigenazione del cervello” può spiegare fatti del genere. La sola spiegazione razionale, per quanto scioccante possa apparire oggi per molte persone, è questa: la coscienza rientra, almeno in parte, nel campo di “qualcosa” che è separato – o separabile – dal corpo e dal cervello.

Questa donna non poteva aver veduto attraverso i suoi occhi biologici. Se la sua testimonianza è accettabile – e le condizioni in cui l’ho raccolta non mi permettono di metterla in discussione – è necessario allora che ciò che dice “io” dentro di noi, la nostra coscienza, disponga di mezzi di percezione propri, indipendenti dagli organi biologici. Questo vuol dire che  questa coscienza non può essere ridotta esclusivamente al risultato dell’attività celebrale. Allo stesso modo in cui il presentatore di un telegiornale non è nascosto dentro al televisore, noi non siamo nascosti nelle profondità della nostra scatola cranica né nei ripiegamenti delle nostre elucubrazioni cerebrali. Tutto questo, proprio come per un televisore, non costituisce che l’avatar materiale di una coscienza situata altrove.

Conclusione

Una tale esperienza, come quelle raccolte da Moody e dai suoi successori, è ricca di numerose conseguenze. Se la coscienza non si riduce al mio cervello, si può prendere in considerazione il fatto che essa sopravviva alla morte biologica. In queste condizioni, i fondamenti della maggior parte delle spiritualità umane acquistano tutto il loro significato. Questo non significa che esse esprimano verità assolute, poiché contengono molto spesso contraddizioni. Tuttavia, al di là di queste contraddizioni, testimoniano una realtà fondamentale della condizione umana, realtà infine osservabile e che merita dunque di essere studiata scientificamente e con attenzione. Se questi fatti corrispondono a una realtà, allora, certamente, sono verificabili, e verrà il giorno, forse presto, in cui potranno essere oggetto di valutazioni quantitative e qualitative, al fine di essere integrati a modelli sperimentali che esprimono una visione più giusta e più profonda della nostra esistenza.


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Jean-Claude Marti. Titolo: La conscience et le corps


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