L’altruismo: intervista a Bahram Elahi

Bahram Elahi

Qual è il posto dell’altruismo nella pratica spirituale di Ostad Elahi?

Coltivare in sé l’amore per gli altri è uno dei fondamenti dell’etica giusta. L’altruismo è uno dei pilastri della pratica spirituale di Ostad Elahi, assieme all’attenzione alla Fonte e alla lotta contro l’io imperioso.

In pratica, come si può procedere?

Aiutare gli altri con generosità e benevolenza avviene spesso attraverso azioni molto semplici: un ascolto attento, un complimento sincero, un gesto amichevole ed ogni altro genere di sostegno… Si può dunque essere di aiuto agli altri con ogni genere di mezzi: con i propri beni, i propri atti, le parole, ma anche soltanto con il pensiero e l’intenzione. Per esempio, il fatto di coltivare in sé la volontà di fare del bene agli altri, o avere la ferma intenzione di aiutarli, ha già un effetto positivo sugli altri e su se stessi, anche se non si trova l’occasione di passare all’atto. Chi intraprende un percorso di perfezionamento spirituale, deve iscrivere l’altruismo nel proprio programma pratico.

Qual è per noi l’utilità di essere altruisti?

In generale, quale che sia l’aiuto che si dà, di natura materiale, psicologica o spirituale, aiutare gli altri con benevolenza è utile per noi stessi, tanto e anche più che per gli altri. Ci permette di coltivare in noi dei pensieri positivi e di essere in pace con noi stessi. Procura anche una sorta di riserva spirituale che ci portiamo dietro nell’altro mondo. Il valore di tale riserva è tale, che in alcuni casi è sufficiente a proiettare l’anima verso livelli elevati. In generale, questa gioca un ruolo determinante nella qualità di vita di cui l’anima beneficerà nell’altro mondo.

Non è paradossale cercare un interesse personale nell’atto altruista, quando per essenza questo si

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dovrebbe fondare sulla compassione e sull’amore per gli altri?

L’altruismo per dovere si applica a tutti, mentre l’altruismo per compassione e per amore degli altri è una virtù che si deve acquisire. Esiste solo in rari esseri spiritualmente molto avanzati, che hanno raggiunto lo stato dell’abnegazione e del distacco. Finchè si è sotto l’influenza del proprio ego egoista e mercantile – ed è il caso di quasi tutti noi – l’amore che si prova per gli altri è interessato, non è che la proiezione dell’amore che si prova per se stessi.

Sembra pertanto difficile separare l’altruismo dall’emozione, da questo amore istintivo che ci spinge alla compassione e alla benevolenza…

L’essere umano è naturalmente egoista, ma ha anche delle pulsioni di altruismo, che derivano dalla sua pulsione etica. La pulsione etica è una pulsione del super-es che ci spinge verso il Bene, che ci porta per esempio ad agire con benevolenza verso gli altri e ad essere loro utili. Alcuni la coltivano, altri la rimuovono o la reprimono. La sensazione di benessere che deriva dalla soddisfazione della pulsione etica è di una qualità molto diversa da quella che deriva dalla soddisfazione di una pulsione egoista dell’es, la stessa differenza che passa tra la gioia di chi salva la vita di un essere umano o di un animale in pericolo e quella che prova un cacciatore di animali o di taglie. È un sentimento di fierezza, una sensazione di allegria che è al contempo leggera, profonda e durevole. Non si può nemmeno immaginare a qual punto le persone che si dedicano agli altri per pura umanità, o con l’intenzione della contentezza divina, siano interiormente appagate. Eppure è un qualcosa che tutti possono verificare personalmente.

In quali condizioni, secondo lei, si dovrebbe compiere un atto altruista?

Perchè i nostri atti altruisti abbiano un effetto ottimale, conviene fare attenzione ai punti seguenti:

  • Sforzarsi di scacciare dalla propria mente le intenzioni mercantili e demagogiche, ovvero agire in maniera disinteressata, senza attendersi nulla in cambio; agire in maniera discreta, senza ostentazione, evitando di offendere la persona che si aiuta ed evitando che si senta in debito. In ogni caso, ciò che conta non è tanto quello che si fa per gli altri, quanto l’intenzione con cui si agisce.
  • Agire in maniera contestuale ed equilibrata. Per esempio, quando ci si appresta ad aiutare qualcuno, bisogna tener conto della propria situazione, dei mezzi di cui si dispone, fare attenzione a non ledere i diritti delle persone che dipendono da noi, fare attenzione a che i nostri atti altruisti non vadano a discapito degli altri o che pesino su una terza persona.
  • Salvo casi di forza maggiore, non imporre il proprio aiuto, ma proporlo, rispettando ciò che l’altro è e vuole, senza giudicarlo, senza ricavarne un sentimento di superiorità. Quello che importa, in questo caso, è rispettare la dignità e la libertà dell’altro.

Come fare se non si prova compassione spontaneamente, se si ha la tendenza ed essere indifferenti alla sorte degli altri?

Per poter aiutare gli altri, bisogna coltivare in sé la disposizione a volere il bene degli altri, che spinge naturalmente a essere utili agli altri e a venir loro in aiuto in maniera disinteressata. Se non la si ha in sé in maniera naturale, il solo mezzo per motivarsi è quello di imporsi di praticare l’altruismo per umanità, e se si ha fede, per la contentezza divina. Per questo, la strategia migliore è quella di mettersi al posto degli altri, in modo da prendere concretamente coscienza dei loro bisogni e delle loro difficoltà.

Spesso si attribuisce all’altruismo una valenza sociale, di impegno in determinate cause, o di servizio a persone intorno a noi che si trovano nel bisogno. È anche questo il senso che lei dà alla parola?

Naturalmente anche l’impegno in questo genere di cause proviene dall’altruismo. Per esempio, coloro che si danno da fare per migliorare le condizioni di vita dei loro simili o a difesa degli animali, compiono degli atti altruisti. Tuttavia, nella pratica dell’altruismo, aiutare chi ci sta vicino e di cui ci occupiamo quotidianamente, come il coniuge, i figli, i genitori, i vicini… è prioritario. Sforzarsi per esempio di essere un sostegno per il coniuge mettendosi al suo posto, prendere su di sé delle incombenze per alleggerire l’altro, non tradirlo, ecc.

Se siamo sotto l’influsso del nostro ego mercantile ed egoista, come lei ci ha indicato, come è possibile coltivare un atteggiamento disinteressato?

La vita quotidiana, nel contesto familiare o professionale, costituisce una miniera di esperienze che ci permettono di coltivare quest’attitudine disinteressata. Ci si deve aspettare, per esempio, che gli altri non si accorgano sempre di quello che facciamo per loro, o che diano prova di ingratitudine, o anche, in certi casi, che abusino della nostra generosità. Si tratta di una sorta di messa in prova che serve a verificare la sincerità della nostra intenzione. Ogni slancio verso il bene deve vincere un’opposizione e un ostacolo per arrivare al suo scopo.

4 commenti per L’altruismo: intervista a Bahram Elahi
  • drM.

    Quest’articolo mi ha fatto riflettere molto su come spesso io consideri l’altruismo esclusivamente come un dovere. Quasi che il provare anche delle emozioni mentre eseguo un atto altruistico sia sbagliato o possa essere controproducente nello sviare la mia razionalità attenta. Invece ci sono tante emozioni positive che mi danno un bello slancio verso il prossimo! Ora quasi mi chiedo se, all’interno di un percorso di crescita individuale e spirituale, non sia normale che all’esecuzione di un dovere spesso si accompagni anche un sentimento di piacere, e non soltanto un senso di fatica e di sforzo.

  • nemo

    mi trovo spesso a praticare l’altruismo e la generosità, ma non riesco a capire se la mia intenzione è veramente e solamente la contentezza di Dio. Lo faccio volentieri ed è quasi piacevole, sono contento quando aiuto gli altri, ma siccome per compiere un atto etico occorre uno sforzo, non so se questo piacere sia un sintomo di poca eticità. Se non mi costa fatica forse non sto producendo correttamente uno sforzo, forse l’intenzione non è così sincera. Secondo voi se provo piacere quando applico la generosità e l’altruismo e vedo che l’altro riconosce la mia generosità, ma non sono altrettanto contento quando l’altro non si accorge della mia attenzione nei suoi confronti, potrebbe dipendere dall’intenzione?

  • Paul

    Mi ha colpito la duplice polarità dell’uomo: egoista/altruista e il concetto di pulsione etica che ci spinge verso il Bene. Se ho capito bene questa pulsione etica è in noi in una fase embrionale e sta a noi farla sviluppare. Mi sembra di capire che senza un cospicuo sforzo la parte egoista vinca (come possiamo vedere da ciò che ci circonda). Continuando a praticare l’altruismo in maniera forzata, col tempo, la pulsione etica dovrebbe rafforzarsi. Effettivamente quando comincio a comportarmi bene poi diventa un po’ più facile continuare su quella strada. Viceversa quando mi comportò male è sempre più difficile effettuare un cambio di rotta verso l’etica.

  • jokas

    proprio dieci minuti fa mi è capitata una piccola prova di questo tipo: fuori piove e ad una ragazza che è venuta a casa mia, andandosene, non ho chiesto se voleva un ombrello, pur avendoci pensato. Sono stata debole. Ho di nuovo perso contro l’io imperioso.

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