Il pensiero di Ostad Elahi in 7 punti

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Ostad Elahi propone l’elaborazione sistematica e pratica di una spiritualità che si può definire naturale. “Naturale” perché corrisponde alla vera natura dell’essere umano, alle sue attitudini e ai suoi bisogni profondi e perché adatta allo spirito e ai costumi della nostra epoca, a differenza del passato in cui le pratiche mistiche privilegiavano l’aspetto emozionale a discapito di quello razionale.

Per definire il significato stesso della spiritualità, Ostad Elahi ne ricerca i fondamenti, rispondendo così alla domanda essenziale: “Perché l’uomo non può fare a meno della spiritualità?”. È questo quindi il punto di partenza: comprendere come Ostad Elahi collochi la spiritualità all’interno dell’esistenza umana.

Introduzione

1) Il perfezionamento

2) L’uomo è un essere bidimensionale

3) La spiritualità come medicina dell’anima e la perfezione

4) I fondamenti dell’etica: l’educazione del pensiero e il rispetto dei diritti

5) L’intendimento spirituale e il sistema causale

6) Mondi, intermondi, vite successive

7) Il posto del divino: la relazione con la Fonte

Introduzione: quale posto per la spiritualità?

Questa domanda sembra oggi non avere molta rilevanza, sebbene il sentimento di insoddisfazione e di mancanza, che in altre epoche spingeva gli uomini verso le forme tradizionali della religione, non abbia mai smesso di inquietare l’umanità. Anche a costo di esprimersi sotto forme distorte o deviate.

Il dissolversi dei punti di riferimento religiosi, il proliferare delle correnti spiritualiste o settarie, o di una spiritualità “su misura” in cui ognuno trova ciò che gli conviene: tutto denota una condizione generale di smarrimento e confusione. Eppure né l’abuso del termine “spirituale”, né il riproporre principi e dogmi religiosi sono di per sé sufficienti alla restituzione di “senso”, a definire un percorso spirituale proficuo per chi lo volesse mettere in pratica. In questo scenario, il termine “spiritualità” continua a indicare più o meno tutto e il contrario di tutto.

Sembra, quindi, di vitale importanza precisare la funzione che va riconosciuta attualmente alla spiritualità nell’ambito della nostra vita. Ed è proprio uno dei punti centrali della riflessione di Ostad Elahi. Non solo i suoi scritti, ma l’esempio stesso della sua vita testimonia come, contrariamente a quanto si può pensare, la vita spirituale non debba essere concepita come un’alternativa alla vita materiale. Infatti, non va vissuta come rinuncia radicale al mondo o come un ritiro periodico per “rigenerarsi”. Tendenza che conduceva certi mistici del passato a rigettare i beni terreni e i vantaggi della loro posizione sociale, per condurre una vita solitaria e ritirata.
Questa scelta giustamente testimoniava, anche se in modo estremo, il fatto che l’esistenza puramente sociale degli animali-umani che siamo manca irrimediabilmente di qualcosa. Tuttavia, questo esempio rischia di alimentare una falsa idea: che ancora oggi si debba concepire la spiritualità come separata dalla vita “normale”. Condizionati da questa visione si associa, altrettanto erroneamente, la spiritualità a una forma di conoscenza esoterica, per soli iniziati, o si pensa che richieda lo sviluppo di facoltà particolari. L’obbedienza cieca ai maestri, l’attrazione per i fenomeni paranormali e per gli stati di coscienza “alterati”, ecc. trovano proprio in questa idea la loro giustificazione.
L’attrazione per l’occulto risponde senza dubbio a una pulsione profonda, ma finisce poi col dare vita a forme di spiritualità spettacolari, da intrattenimento e deviate.
Se invece si crede che la spiritualità sia una sorta di “lusso”, di “optional” per l’anima, o di sostegno terapeutico per alleggerire il peso di una vita troppo dura, ci si trova in un’ottica ancora molto materiale – per non dire materialista. Si ricerca nella spiritualità una sorta di tranquillità e di sicurezza psichica, un rimedio ai mali della vita moderna, proprio come l’alimentazione “bio” in tema di salutismo.

La spiritualità, secondo Ostad Elahi, sebbene possa portare a una forma di tranquillità e di serenità, non è una tecnica finalizzata al benessere che l’uomo può scegliere di utilizzare o meno. Non è questo il suo scopo primario. In realtà, la spiritualità mira a tutt’altro, a quello stato che il termine “perfezione” evoca. Quindi la spiritualità è al centro, o meglio è dappertutto e accompagna ogni istante della nostra esistenza. In un certo senso, noi non abbiamo scelta: possiamo anche trascurare la dimensione spirituale del nostro essere, ma non possiamo mai sottrarcene del tutto.

Per Ostad Elahi, la spiritualità occupa un posto centrale perchè non è altro che la scienza sperimentale attraverso la quale l’essere umano può arrivare a trasformare profondamente il suo essere e a perfezionarlo, conducendo un’esistenza regolata da principi giusti e da una ragione sana. Questa, come vedremo, è una finalità naturale in ogni essere umano, dal momento che coincide con il raggiungimento di una felicità perfetta e senza mezzi termini, cui ognuno aspira. Se noi rimanessimo esseri inquieti e imperfetti quali siamo, nessuna condizione esteriore sarebbe sufficiente a renderci felici. Per raggiungere una felicità piena e assoluta, bisogna sviluppare le facoltà che ci permetteranno di gustarla veramente, fino a comprenderne realmente gli effetti. Per gioire di una felicità perfetta è necessario perfezionare noi stessi. Quali che siano gli obiettivi che ci fissiamo nella vita, non possiamo eludere alcuni interrogativi fondamentali: “Qual è il mio scopo?”, “Quali potenzialità posso sviluppare?”. E, innanzitutto, chi è questo “io” ?

Riassumiamo. Che una vita umana, degna di questo nome, non si riduca soltanto all’affaccendarsi quotidiano delle nostre esistenze rivela l’esigenza profonda di fare riferimento a una forma di trascendenza. Poco importano, qui, i termini usati: Dio, il senso, il fine, ecc. Questa esigenza, di cui tradizionalmente si sono fatte carico le religioni, si manifesta ai nostri giorni in modi differenti. Ma il punto importante è che questa dimensione trascendente non implica affatto che la spiritualità sia un ambito riservato o distinto. Al contrario, è l’asse generatore di tutta l’esistenza umana, che richiede che l’uomo arrivi a prendere il controllo di sé, come un essere perfettibile, capace di trasformare la sua stessa sostanza, di distaccarsi da tutto ciò che lo distoglie dal suo vero fine.
Il primo punto da esaminare è dunque il concetto di perfezione e di perfezionamento. Tutti gli altri derivano da questo primo punto. Una volta riconosciuto che il movimento di perfezionamento è l’asse generatore dell’esistenza, è

necessario comprendere in che consista il perfezionarsi e secondo quale processo. Bisognerà allora interrogarsi sulla vera natura dell’uomo, la sua essenza, il suo “sé” reale. Poi occorrerà definire il rapporto pratico tra perfezionamento ed etica: Ostad, infatti, considera il perfezionamento come una pratica, un lavoro da compiere. L’ultima questione infine riguarderà le modalità di tale percorso, e quale significato e ruolo giochi la vita terrena, in rapporto a un più ampio orizzonte.
Seguirà una presentazione in sette punti che permetterà di riassumere, a grandi linee, questi diversi aspetti del pensiero di Ostad Elahi.


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Emmanuel Comte. Titolo: La pensée d’Ostad Elahi en 7 points.

12 commenti per Il pensiero di Ostad Elahi in 7 punti
  • drM

    Quoto “Quindi la spiritualità è al centro, o meglio è dappertutto e accompagna ogni istante della nostra esistenza. In un certo senso, noi non abbiamo scelta: possiamo anche trascurare la dimensione spirituale del nostro essere, ma non possiamo mai sottrarcene del tutto.”
    Questa frase mi ha fatto riflettere sul fatto che c’è un dato che mi ha sempre stupito di me stesso: come sia sempre stato attaccato alle mie cose, a ciò che mi piace fare, a coloro ai quali voglio bene, in modo sincero, sereno, appagante. Ne sono stupito poichè, dall’altro canto ho una certezza e cioè che la mia vita finirà e con essa il valore di tutte questi elementi così importanti per me. C’è una grande contraddizione riflettendo sulla mia condizione. Sento in modo molto forte la presenza di una fonte che mi ha generato, alla quale appartengo e che non appartiene a questo mondo. Uno dei ruoli della spiritualità e del mio impegno in essa vorrei che fosse proprio quello di rafforzare la mia consapevolezza della relatività della vita in modo da motivarmi sempre di più nel percorso di conoscenza di questa fonte a cui appartengo e quindi dentro me stesso.

  • Paul

    Mi sembra molto interessante il concetto di “Spiritualità Naturale” in cui credo essere incluso implicitamente anche il termine di “Attuale”. La separazione tra spiritualità e materialità mi ricorda quella tra mente e corpo. In realtà ritengo vi sia un’interdipendenza strettissima tra ciò che accade nella nostra testa, i nostri sentimenti, le nostre emozioni e quello che succede nel nostro corpo. Alcune dicotomie sembrano essere state create come modelli per facilitarci la comprensione degli eventi ma talvolta mi sembra che ne restiamo prigionieri e le assumiamo come reali e veritiere.

  • Al.

    Nel nostro vivere facciamo esperienza in vari “domini” della “realtà”, ed è a “collezioni” di “esperienze” che credo attribuiamo le “etichette” concettuali prima e linguistiche poi. Se così fosse, mi domando quale sia l’insieme di esperienze alla quale attribuiamo l’”etichetta” di “spiritualità”. E’ un “sentire” una connessione attiva e vitale ad una forza, una potenza, una “energia”? O è una percezione di un più profondo ”sé”? O ancora entrambe? O altro?
    Personalmente credo che esista una “istanza” sovrapersonale (che meglio non so definire) alla quale possiamo attribuire un “valore” che spesso può essere superiore a quello che attribuiamo alla nostra “istanza” personale, ma oltre non riesco ad andare.

  • Ergo

    Quoto Al
    Più che ad un dominio della realtà particolare o ad una collezione di esperienze particolari, accanto ad altre, penso alla percezione della spiritualità come ad una lettura gestaltica, una certa configurazione della realtà. E’ come dire: alcuni vedono in determinati dati sensoriali un coniglio e nient’altro; altri vedono una papera e nient’altro; altri ancora vedono entrambe le figure e riescono a “viaggiare” dall’una all’altra. Questi ultimi in un certo senso colgono la bidimensionalità di quella configurazione. Chi sente la dimensione spirituale della realtà somiglia un pò a questi.

  • Paul

    In effetti l’immagine di Ergo è interessante. Mi sembra di capire che secondo questa analogia le due forme coesistono e sta solo all’osservatore riuscire a trovare la capacità di “cogliere” entrambe le visuali e non fermarsi solo a quella più evidente. Sì mi trovo in accordo. E credo che per riuscire a vedere una cosa, spesso, sia utile cercarla.

  • nemo

    Si potrebbe anche usare l’analogia di un frutto (per esempio il cocco): vedendolo da fuori sembra immangiabile, ma se vi si guarda dentro si vede che in realtà la parte migliore è quella nascosta, quella che solo chi è stato attento e ha approfondito la realtà ha potuto assaporare!
    Tutto sta nel conoscere la realtà con occhi diversi: quelli del ricercatore, e cercare la Verità in ciò che vediamo…

  • brita

    Trovo molto interessante ciò che ho letto. Faccio riferimento all’affaccendarsi quotidiano delle nostre esistenze, che ti assimila, a volte ti abbrutisce per la stanchezza, cosa che ho provato tantissimo, dunque perdi di vista l’esigenza di ricercare qualsiasi forma di trascendenza, perchè ti dici, sì lo farò, poi …..

  • sornow

    Fare una differenza fra ciò che è spirituale e ciò che è materiale in realtà non ha senso. È l’atteggiamento interiore di ognuno che può essere duplice, e ne determina il senso. Un coltello può uccidere o può tagliare il pane. Siamo noi, con le nostre scelte, a essere materiali o spirituali, non la realtà. Secondo me Ostad annulla una dicotomia del nostro pensiero nei confronti dell’universo, e annuncia la sua unicità e la nostra possibilità di coglierla, attraverso un lavoro interiore di conoscenza.

  • Paul

    Mi sembra quindi di poter definire la spiritualità come la strada da percorrere per potersi ricongiungere all’Origine, per tornare a casa. Ora credo di poter dire che vivendo in questo mondo è qui che devo lavorare. Dai precedenti interventi sembra emergere, ed è quello che credo, che ciò che fa la differenza tra materiale e spirituale non è tanto la cosa in sé, ma piuttosto l’intenzione con cui la faccio. Se prendo determinate scelte e compio certi atti con il fine di ricongiungermi all’Origine, forse sono nell’ottica spirituale.

  • pantarei

    Quello che trovo interessante in questo pensiero è il fatto che per realizzare la nostra esistenza, per farne maturare il senso, non si debba andare ‘altrove’ o diventare ‘qualcos’altro’ Finalmente un pensiero che valorizza ciò che siamo e fa delle nostre occasioni quotidiane il laboratorio delle nostre possibili traformazioni. Speriamo che queste ultime siano guidate verso il bene!

  • sornow

    La vita è così distraente nei confronti della spiritualità che viene voglia di isolarsi e andarsene sui monti almeno per qualche settimana. Come si fa a vivere il proprio credo in una società così immorale e amorale. Una società che è contro la morale e nello stesso tempo non si pone il problema etico.
    Viene il disgusto del consorzio umano. Ditemi come si fa’ a essere retti in questa immondizia senza sporcarsi?
    Grazie.

  • jump

    possiamo sforzarci di essere retti..è questo che conta. essere retti in questa società antietica è presupporre troppo da noi stessi. 30 anni di pensiero antietico globalizzato stanno cominciando a dare i loro frutti. non ci resta che opporre un pensiero etico globalizzato.

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