Florilegio di Massime di François de La Rochefoucauld

Maximes_LaRouchefoucauld_1965-170x300In questa selezione delle Massime (1665) La Rochefoucauld, moralista del XVII secolo, ci parla dell’Amor proprio e delle sue astuzie. Non possiamo fare a meno di ravvisare in questa descrizione un fedele ritratto di quella disfunzione del sé che, meno familiarmente, Ostad Elahi chiama Io Imperioso.

Lo scritto che segue, in ogni caso, non ci dà che un assaggio del labirinto in cui è facile smarrirsi quando ci si priva della luce divina; una pallida idea del lavoro immenso che ci aspetta se vogliamo smascherare – o perfino controllare – l’Io Imperioso e, quindi, farci strada, passo dopo passo, verso la vera umanità.

Due suggerimenti al fine di trarre il massimo vantaggio dalla lettura: innanzitutto prendiamoci il tempo necessario per leggere le Massime lentamente ma in blocco. C’é un effetto folgorante quando si prende coscienza delle tante sfaccettature dell’Io Imperioso, poiché questo è solito rimanere nascosto nell’ombra e prova piacere nel farci credere di averlo completamente smascherato quando, in realtà, non ci lascia intravedere che uno dei suoi tanti travestimenti.

Poi, prendiamo le Massime una ad una e proviamo a individuare nel nostro comportamento, nella nostra vita, un esempio che corrobori l’idea espressa.

Nella selezione si è voluto includere una massima – la prima, non numerata – che nell’edizione successiva del ’66 La Rochefoucauld stesso ha soppresso, ma che, a nostro avviso, presenta e introduce in modo sintetico ed esaustivo i tratti generali dell’amor proprio, o io imperioso che dir si voglia.

L’amor proprio è l’amore di se stessi e di tutte le cose in funzione di sé; rende gli uomini idolatri di se stessi, e li renderebbe tiranni degli altri solo che ne avessero dalla fortuna i mezzi; mai s’acqueta al di fuori di sé né s’arresta nei soggetti estranei, se non come l’ape sui fiori, per succhiare ciò che gli conviene. Nulla di più impetuoso dei suoi desideri, nulla di più nascosto dei suoi propositi, nulla di più astuto dei suoi comportamenti; la sua destrezza non la si può descrivere, le sue trasformazioni oltrepassano quelle delle metamorfosi, e le sue raffinatezze quelle della chimica. Non si può scandagliare la profondità o le tenebre dei suoi abissi. Qui egli si sottrae agli sguardi più acuti, vi fa mille imperscrutabili giri e rigiri; spesso invisibile a se stesso, in quelle profondità concepisce, nutre e fa crescere, senza saperlo, affetti e odi in gran numero; a volte ne genera di così mostruosi che, come li ha dati alla luce non li riconosce più, o non può risolversi ad ammetterli come suoi. Dalla gran notte che lo copre nascono ridicole opinioni ch’egli ha di se stesso; di qui i suoi errori, le sue ignoranze, la sua grossolanità e le sue scempiaggini a proposito di sé; di lì viene ch’egli creda morti i suoi sentimenti quando non sono che addormentati, che s’immagini di non aver più voglia di correre dal momento che si riposa, e pensi d’aver perso tutti quegli appetiti che ha solo saziato. Ma questa fitta oscurità che lo nasconde a se stesso non gli impedisce di vedere perfettamente ciò che è fuori di lui, e in questo è simile ai nostri occhi, che scoprono tutto, e sono ciechi solo per se stessi. Infatti, quando sono in gioco i suoi maggiori interessi e i suoi affari più importanti, dove la violenza delle sue brame richiama tutta la sua attenzione, vede, sente, intende, immagina, sospetta, penetra, indovina ogni cosa; talché si è tentati di credere che ciascuna delle sue passioni abbia una specie di magia che le sia propria. Nulla é più intimo e forte dei suoi attaccamenti, da cui invano poi tenta di staccarsi quando vede i fierissimi mali che lo minacciano. Tuttavia, fa talvolta in brevissimo tempo e senza sforzo ciò che non ha potuto fare con tutte le sue forze nel corso di lunghi anni. Dal che si potrebbe dedurre verosimilmente che è lui stesso ad accendere le sue voglie, e non la bellezza e il pregio delle cose; che è il suo piacere a rilevarle ai suoi occhi, a dipingergliele e ad abbellirgliele; ch’egli corre dietro a se stesso, e non fa che seguire il suo piacere quando segue le cose che egli stima piacevoli. È capace di tutti i contrari: imperioso e obbediente, sincero e simulatore, misericordioso e crudele, timido e audace; di diverse propensioni secondo la diversità dei temperamenti, dai quali ora è rivolto e votato tutto alla gloria, ora alle ricchezze, e ora ai piaceri; muta di intenti secondo il mutare in noi dell’età, della fortuna, delle nostre esperienze; gli è però indifferente attendere a più cose o a una sola, poiché è capace di dividersi tra molte o concentrarsi su una sola, come gli serve e come gli piace. È incostante e, oltre ai cambiamenti prodotti in lui da cose estranee, molti altri nascono da lui, dalla sua essenza; è incostante per incostanza, per leggerezza, per amore, per novità, per stanchezza, per ripugnanza; è capriccioso, e lo si vede a volte lavorare con grandissimo impegno e incredibili fatiche per ottenere cose che non gli sono di alcuna utilità, anzi che gli sono nocive, ma che insegue perché le vuole. È bizzarro, e mette spesso ogni sua cura nei più frivoli uffici; o trova il suo maggior piacere nei più sciocchi, o conserva tutta la sua fierezza nei più spregevoli. Lo si trova in tutti i gradi della vita e in tutte le condizioni, vive dappertutto, vive di tutto e vive di niente; sa adattarsi alle cose e sa farne senza; passa perfino nel partito di quelli che gli sono contro, prende parte ai loro piani di guerra e, cosa mirabile, si mette con loro a odiare se stesso, complotta contro di sé, lavora persino alla propria rovina; insomma, non si preoccupa che di essere, e pur di essere, acconsente anche a essere nemico di se stesso. Non bisogna pertanto stupirsi, se lo si vede talvolta unito alla più dura austerità, e fare arditamente lega con quella per distruggersi, dato che mentre si distrugge qui si riforma là; e quando pare che alla fine abbandoni ciò che gli piace non fa che trattenersi momentaneamente o mutarlo; e quando pure è vinto e noi crediamo d’essercene disfatti, ecco, lo ritroviamo trionfante nella sua stessa sconfitta. Questo dunque è il ritratto dell’amor proprio, di cui l’intera vita non è che una grande e lunga agitazione: il mare ce ne dà un’immagine sensibile, e l’amor proprio trova nel flusso e riflusso delle onde continue, una fedele espressione del succedersi turbolento dei propri pensieri e dei propri moti eterni.

1. Quello che consideriamo virtù spesso non è che un assemblaggio di diverse azioni e di diversi interessi, che la fortuna o il nostro genio sanno arrangiare.

3. Per quante scoperte si siano fatte nel paese dell’amor proprio, restano ancora molte terre sconosciute.

27. Ci si vanta spesso delle passioni anche le più criminali; ma l’invidia è una passione timida e vergognosa che non si osa mai confessare.

30. Noi abbiamo più forza che volontà; ed è sovente per scusarci a noi stessi che ci immaginiamo che le cose siano impossibili.

31. Se noi non avessimo dei difetti, non ci prenderemmo tanto piacere a scoprirne negli altri.

36. Sembra che la natura, che ha così saggiamente disposto gli organi del nostro corpo per renderci felici, ci abbia anche dato l’orgoglio per risparmiarci il dolore di conoscere le nostre imperfezioni.

37. C’è più orgoglio che bontà nei rimproveri che facciamo a coloro che commettono degli sbagli; non li riprendiamo tanto per correggerli quanto per persuaderli che noi ne siamo esenti.

39. L’interesse parla ogni sorta di lingue, e gioca ogni sorta di parte, anche quella del disinteressato.

62. La sincerità è un’apertura del cuore. La si trova molto di rado; e quella che si vede d’ordinario non è che una fine dissimulazione per attirare le confidenze degli altri.

63. L’avversione per la menzogna è spesso una impercettibile ambizione di renderci testimoni attendibili e di attirare sulle nostre parole un rispetto religioso.

85. Noi ci persuadiamo spesso d’amare le persone più potenti di noi; e nondimeno è soltanto l’interesse che produce la nostra amicizia. Noi non ci diamo a esse per il bene che vogliamo fare loro, ma per quello che ne vogliamo ricevere.

88. L’amor proprio aumenta o diminuisce le buone qualità dei nostri amici in proporzione della soddisfazione che abbiamo da essi; e giudichiamo del loro merito per il modo con cui essi si comportano con noi.

89. Tutti si lamentano della propria memoria, nessuno si lamenta del proprio giudizio.

115. È altrettanto facile ingannare noi stessi senza accorgercene, quanto è difficile ingannare gli altri senza che se ne accorgano.

116. Nulla di meno sincero della maniera di dare e chiedere consigli. Colui che li chiede sembra avere una rispettosa deferenza per le opinioni dell’amico, mentre non pensa invece che a fargli approvare le proprie, ed a renderlo garante della sua condotta. E colui che consiglia ripaga la fiducia dimostratagli con zelo ardente e disinteressato, benché cerchi il più delle volte con i suoi consigli, il proprio interesse o la propria gloria.

122. Se resistiamo alle nostre passioni è più per la loro debolezza che per la nostra forza.

138. Si preferisce dire male di se stessi che non dirne nulla.

139. Uno dei motivi per cui si trovano così poche persone che sembrano ragionevoli e piacevoli nel conversare, è che quasi tutti pensano piuttosto a quello ch’essi vogliono dire, che non a rispondere a tono a quel che loro viene detto. I più abili e i più compiacenti si accontentano di mostrare solo un’espressione attenta mentre si vede nei loro occhi e nel loro spirito un disinteresse per tutto quello che viene loro detto, e una gran fretta di ritornare a quello che volevano dire loro; invece di considerare che è un cattivo mezzo per piacere agli altri o per persuaderli, quello di cercare tanto di piacersi, e che ascoltare bene e rispondere bene è una delle maggiori perfezioni a cui l’uomo possa giungere nel conversare.

144. Noi non amiamo affatto lodare, e non lodiamo nessuno senza interesse. La lode è una adulazione scaltra, nascosta e raffinata, che soddisfa in modo diverso chi la dà e chi la riceve. L’uno la prende come una ricompensa del suo merito; l’altro la dà per far rilevare la sua equità e il suo discernimento.

149. Respingere le lodi è un desiderio d’essere lodati due volte.

152. Se non ci adulassimo noi stessi, l’adulazione degli altri non ci potrebbe nuocere.

178. Ciò che ci fa amare le nuove conoscenze non è tanto la stanchezza che possiamo avere delle vecchie o il piacere di cambiare, quanto il dispetto di non essere abbastanza ammirati da quelli che ci conoscono troppo e la speranza di esserlo di più da quelli che non ci conoscono molto.

180. Il nostro pentimento non viene tanto dal rammarico del male che abbiamo fatto quanto dal timore di quello che ce ne può derivare.

196. Dimentichiamo facilmente le nostre colpe quando non sono note che a noi stessi.

201. Chi crede di poter trovare in se stesso tanto da far a meno di tutti si inganna molto; ma chi crede che non si possa fare a meno di lui si inganna ancora di più.

216. Il vero coraggio consiste nel fare senza testimoni ciò che si sarebbe capaci di fare davanti a tutti.

223. È della riconoscenza come della buona fede dei mercanti: esse reggono il commercio; e noi non paghiamo perché è giusto liberarsi dai debiti, ma per trovare più facilmente delle persone che ci facciano dei prestiti.

234. È più spesso per orgoglio e non per difetto di giudizio che ci si oppone con tanta cocciutaggine alle opinioni più universalmente seguite; si trovano i primi posti già occupati nel partito migliore, e non ne vogliamo sapere degli ultimi.

237. Nessuno merita di essere lodato per la sua bontà se non ha la forza di essere cattivo: ogni bontà non è il più delle volte che una pigrizia o un’impotenza della volontà.

254. L’umiltà sovente non è che una finta sottomissione, di cui ci si serve per sottomettere gli altri; è un artificio dell’orgoglio che si abbassa per innalzarsi; e benché si trasformi in mille modi, non è mai così ben mascherato e capace d’ingannare come quando si nasconde sotto le vesti dell’umiltà.

264. La pietà è spesso un sentimento dei nostri propri mali nei mali altrui; è un’accorta previdenza delle disgrazie che ci possono capitare; diamo soccorso agli altri per indurli a darne a noi in occasioni analoghe; e siffatti servigi che noi rendiamo sono, propriamente parlando, un beneficio che noi anticipiamo a noi stessi.

266. Ci si inganna credendo che solo le passioni violente come l’ambizione e l’amore possano trionfare sulle altre. La pigrizia, pur così molle, è assai spesso la dominatrice: essa spadroneggia su tutti i proponimenti e su tutte le azioni della vita; essa distrugge e consuma insensibilmente le passioni e le virtù.

269. Non c’è uomo così abile da riconoscere tutto il male che fa.

303. Per quanto bene si dica di noi non ci si dice nulla di nuovo.

313. Perché mai dobbiamo avere abbastanza memoria da ricordare anche le minime particolarità di ciò che ci è accaduto e non averne abbastanza da ricordarci quante volte le abbiamo già raccontate ad una medesima persona?

327. Noi confessiamo i nostri piccoli difetti solo per dare a intendere che non ne abbiamo di grandi.

339. Noi non risentiamo i nostri beni e i nostri mali che in proporzione del nostro amor proprio.

347. Noi non troviamo molte persone di buon senso fuori di quelle che sono del nostro parere.

372. La maggior parte dei giovani crede di essere naturale quando non è che maleducata e grossolana.

389. Ciò che rende la vanità degli altri insopportabile è che ferisce la nostra.

409. Ci vergogneremmo spesso delle nostre più belle azioni se il mondo vedesse tutti i motivi che le producono.

450. Il nostro orgoglio si accresce sovente di quanto togliamo agli altri nostri difetti.

462. Il medesimo orgoglio che ci fa biasimare i difetti da cui noi ci crediamo esenti ci fa disprezzare le buone qualità che noi non abbiamo.

475. Il desiderio di essere compianti o di essere ammirati è quello che più frequentemente ci spinge a confidarci con gli altri.

482. Lo spirito si attacca per pigrizia o per costanza a ciò che è facile o gradevole; quest’abitudine mette sempre un limite al nostro sapere, e non c’è mai stato nessuno che si sia dato pena di estendere e condurre il suo spirito fin là dove sarebbe potuto andare.

Traduzione a cura di Giobatta Cattaneo (1678).


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr.
Autore: Le comité de rédaction. Titolo: L’amour-propre aux mille visages : La Rochefoucauld
Autore: Sandrine Duplessis. Titolo: La Rochefoucauld, déconstructeur du soi impérieux.

4 commenti per Florilegio di Massime di François de La Rochefoucauld
  • Viola

    È davvero sconfortante scoprire di rientrare in tutte le casistiche che sono enunciate.
    Mi ha colpito quella sulla bontà che il più delle volte non è altro che pigrizia o mancanza di volontà. Dunque emerge che la vera causa per cui ci si astiene da alcune malvagità è il rifuggire lo sforzo che queste comportano. Non ci avevo mai riflettuto.

    Di fronte a questo mare in moto incessante non resta altro scampo che scegliere uno dei punti e stare molto attenti a intercettarlo. Stando attenti pure a non dare troppo valore o propaganda a questo lavoro: sarebbe un altro strumento subdolo per l’amor proprio!

    • Lucilla Tanno in risposta a Viola

      È opportuno tuttavia sottolineare che Il comportamento individuato qui nelle Massime come “bontà apparente” non è quello dell’astenersi da malvagità, quanto quello dell’astenersi dal difendere i propri diritti.

  • Gianfranco

    Ho avuto l’ impressione che anche sostituendo le parole “pigrizia” e “difetto di volonta” con la parola “impotenza”, cioè l’ impossibilità di una ritorsione del male subìto data da una posizione di debolezza, la frase acquisisca un ulteriore significato. Cioè, che spesso siamo “buoni” perchè sarebbe troppo faticoso guadagnare una posizione di potere che ci consentirebbe di poter esercitare la nostra vendetta, grande o piccola che sia.

    • Lucilla Tanno (Editore)

      Ho avuto l’impressione che sostituendo le parole “pigrizia” e “difetto di volontà” con la parola “impotenza”, (cioè l’impossibilità di una ritorsione del male subìto da una posizione di debolezza), la frase acquisisca un ulteriore significato. Voglio dire che spesso siamo “buoni” perché sarebbe troppo faticoso guadagnare una posizione di potere che ci consentirebbe di poter esercitare la nostra vendetta, grande o piccola che sia.
      Credo che il concetto di “impotenza della volontà” sia diverso da “difetto di volontà”. Nel caso dell’impotenza, infatti, sembra che non ci siano rimedi, mentre nel caso del difetto di volontà c’è l’idea che si possa rafforzare la volontà.

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