Altruismo immaginario, egoismo reale

AltruismoImmaginarioSe ci osserviamo superficialmente, mentre viviamo in fretta le nostre giornate, tutti possiamo facilmente concludere di essere delle brave persone. Soprattutto se pensiamo a quanti fastidi e quanti comportamenti invadenti ci tocca subire e se ci confrontiamo con certe storie di cronaca davvero estreme. Però un bel giorno il signor Perrault vive una sorta di rivoluzione copernicana e dice a se stesso: «avevo fino ad allora cercato di capire gli effetti del comportamento degli altri su di me; e se esaminassi piuttosto gli effetti del mio comportamento sugli altri?». E scopre il proprio sostanziale egoismo, dietro un modo di vivere l’etica tutto teorico, puramente immaginario. Ma è una storia a lieto fine perché allora il protagonista si cimenta in un nuovo lavoro pratico su di sé, in vivo, con tutte le difficoltà del caso.
Leggetela.


«La natura dell’amor proprio e di questo “io” umano è di amare e considerare solo stessi» (Blaise Pascal, Pensieri)

Mi sono dovuto misurare con una serie di fastidiose contrarietà. Dapprima, un giovane che mi urta entrando nella metropolitana; poi un collega che mi chiede se posso terminare il suo lavoro perché sta per lasciare l’ufficio; o ancora, altri colleghi che continuano a disturbarmi mentre svolgo un compito importante facendomi sempre la stessa domanda alla quale non so cosa rispondere…

Questa serie di piccoli incidenti durata per un paio di giorni mi ha messo in uno stato di nervosismo e di malumore che non mi era abituale.

La sera, ripercorrendo questi eventi, riprovavo quel senso di fastidio in modo quasi fisico. Non essendo più immerso nella situazione, avevo l’opportunità di osservarmi come uno scienziato potrebbe fare con un animale sconosciuto di cui ha scoperto un comportamento strano. Come potevano quegli eventi insignificanti colpirmi a tal punto? Nei giorni seguenti ho continuato a osservarmi. Ma niente. Poi ho cambiato punto di vista: fino ad allora avevo cercato di capire gli effetti del comportamento degli altri su di me, e se ora invece esaminassi gli effetti del mio comportamento sugli altri?

È stata come una rivelazione: «Ricerca la causa in te stesso». Mi rendevo conto che lo stesso passeggero che entra nella metro in un’ora di punta, mugugnando e urtandomi, era di fatto, più una mia vittima che un mio carnefice: spesso mi accomodo, occupo senza fare attenzione tutto lo spazio di fronte alla porta. Osservando le cose in questo modo, “gli altri” facevano improvvisamente irruzione nella mia realtà. Con stupore, ho realizzato brutalmente, e nel dettaglio delle situazioni concrete, quell’egoismo che Ostad Elahi ha definito in questi termini: «L’egoista è colui che non vuole null’altro che se stesso. Vuole tutto per se stesso e non pensa agli altri» (Paroles de Vérité, parola 27).

In fondo, stavo prendendo coscienza di questo semplice fatto: al di fuori di me ci sono gli altri.

Oh, certamente, era da lungo tempo che avevo accettato l’idea di avere delle tendenze egoiste e che dovevo contrastarle con atti di altruismo. Ma si trattava di una visione teorica, molto lontana dalla mia vita reale, nella quale mi ero lungamente adagiato con soddisfazione.

Improvvisamente ho preso coscienza delle mie contraddizioni: mi compiaccio di un favore fatto a qualcuno, ma arrivo continuamente in ritardo ai miei appuntamenti o lascio in disordine l’ufficio che condivido con un collega, o ancora non mi curo di chiamare i miei cari per dare mie notizie e chiederne loro. Altruismo immaginario, egoismo reale. Avevo individuato dei comportamenti egoisti, occorreva braccarli sistematicamente ed esaminarne le spinte al mio interno, per acquisire coscienza più concretamente del mio egoismo viscerale, cioè, il fatto che, nel profondo, voglio tutto per me stesso e non penso agli altri.

  1. Ho dapprima cercato in me la responsabilità dei sentimenti negativi degli altri nei miei confronti, messi in evidenza dalle loro osservazioni o dalle loro rimostranze, dai loro cambiamenti d’umore, dai loro sospiri o talvolta anche da alcune loro battute. Certo, senza considerare che l’altro abbia necessariamente ragione e senza negare la sua eventuale responsabilità, ma sforzandomi di astrarmene per focalizzare l’attenzione su di me. È in questo modo che ho scoperto alcuni aspetti sgradevoli della mia personalità. Certamente non ne ero fiero, ma il fatto di averli smascherati mi incoraggiava a perseverare: ero sulla buona strada.
  2. In seguito ho concentrato la mia attenzione sugli atti positivi degli altri. Questo mi ha indotto ad agire allo stesso modo. Ha prodotto in me un rispetto nuovo per coloro che mi attorniano, ho scoperto una quantità di forme d’attenzione verso di me senza che me ne rendessi conto, talvolta anche da parte di persone che tendevo a biasimare. Ho potuto apprezzare il valore di quegli atti, lo sforzo che comportavano e il bene che me ne veniva.
  3. Ho tentato di mettermi veramente dalla parte degli altri. Ho realizzato che la mia comprensione di questo principio si era limitata, fino a quel momento, a proiettare sugli altri le mie personali aspirazioni. Ora, volere per gli altri quello che si vuole per se stessi non consiste nell’erigere a norma applicabile a tutti i nostri desideri e il nostro modo di vedere le cose. Pensavo a Pascal e alla sua definizione dell’“io detestabile”: «l’io, scriveva, è ingiusto in sé in quanto si fa centro di tutto». Anche quando salva le apparenze, cercando di rendersi piacevole agli altri, continua ad agire, in pratica, come se fosse il centro del mondo. E capivo meglio la parola di Ostad Elahi: «L’uomo perfetto è colui che pratica per gli altri quello che vuole per sé stesso, e quello che non vuole per stesso, lo risparmia anche agli altri. È molto facile dirlo, ma è molto difficile da praticare. Più si riesce ad applicare questa regola, più si perfeziona la nostra umanità. Bisogna controllarsi 24 ore su 24 essendo giudici di noi stessi» (Paroles de Vérité, parola 263).
  4. Infine, sono passato alle “analisi del pensiero”, come si fanno le analisi del sangue. La composizione del sangue ci informa con precisione sullo stato di salute del corpo, quella del pensiero non riflette la composizione della mia anima e delle sue potenze? Analizzando sistematicamente il mio pensiero (per esempio a ore fisse), seguendo un protocollo ben definito (confronta di seguito la lista delle mie domande), posso misurare la qualità della mia anima, molto diversa dall’immagine che mi faccio di me stesso. Ecco le domande che mi hanno aiutato a interpretare la qualità dei campioni di pensiero:
    • Quale spazio lascio agli altri nella conversazione? Sono sinceramente all’ascolto degli altri?
    • Quale spazio assegno agli altri nei miei pensieri? Quale tipo di pensiero sviluppo riguardo agli altri?
    • Qual è la mia intenzione quando mi prodigo? Mi sento frustrato se non ne ho un ritorno di reazioni positive, in particolare di gratitudine?
    • Qual è il mio grado di coinvolgimento quando rendo un servizio a qualcuno? Vado fino in fondo nella mia azione?

Il lavoro di individuazione e di analisi dell’egoismo (e dell’illusione di altruismo) in me mi ha condotto in modo naturale a ricercare i mezzi per lottare contro le sue manifestazioni e governare questa tendenza che costatavo in vivo. Ho potuto sperimentare progressivamente diversi approcci:

  1. L’autosuggestione, ricordando regolarmente a me stesso questa constatazione di egoismo, convincendomi del fatto che è di importanza fondamentale lo sviluppo dell’altruismo e che bisogna arrivarci attraverso una lotta contro l’egoismo. Ponendomi in tal modo nello “stato d’animo giusto”, mi predisponevo a essere più attento agli altri e quindi ad agire in modo altruistico – poiché evidentemente, e contrariamente all’illusione che avevo nutrito in passato, nel vivo di una situazione non ho spontaneamente un comportamento altruista.
  2. Mi sono allenato “uscire dal mio ego” più volte al giorno, cioè a sradicarmi dal tumulto quotidiano, ad astrarre il mio spirito dal flusso incessante di preoccupazioni, contrarietà, pensieri o aspirazioni relative alla mia vita materiale e al mio punto di vista egocentrico. Questo intenso sforzo psichico permette di sospendere per un attimo questo flusso, anche se l’istante dopo ne sei irresistibilmente riafferrato. Che delizia questa boccata di aria fresca, anche se fugace! Durante quell’istante, improvvisamente gli altri mi appaiono con le loro angosce, le loro pressioni, le loro priorità e anche i loro diritti che le mie pulsioni imperiose mi spingono a calpestare senza accorgermene. Paradosso: per essere realmente attento agli altri, devo rivolgermi al mio interno, individuare le pulsioni che mi spingono a calpestare i loro diritti; devo coltivare nel fondo di me stesso l’aspirazione a un
    comportamento etico.
  3. Sono entrato nel vivo del soggetto lavorando sul comportamento nei confronti delle persone a me più prossime, le vittime più esposte ai miei impulsi egoistici e la cui frequentazione quotidiana mi offre molteplici occasioni di lotta e di sperimentazione. In effetti, quando viene meno la patina delle buone maniere e delle convenzioni alle quali ci si attiene in società, è proprio a contatto delle persone più vicine che mi permetto di “lasciarmi andare” dopo aver accumulato le pressioni di una giornata di lavoro: è allora che non sento più altro che la mia fame, la mia fatica, la mia voglia di riposo; mi lascio trascinare dall’irritazione, dal cattivo umore ecc. L’autosuggestione e l’esercizio che consiste nell’“uscire dall’ego” non bastano per superare queste difficoltà. Per sviluppare concretamente un atteggiamento altruista, avevo bisogno di definire degli obiettivi precisi e adottare nuovi comportamenti. Per esempio, ho spesso l’abitudine di lasciare le mie scarpe nel corridoio: perché metterle a posto, dato che, in ogni modo, le rimetterò domani? Ora, attraverso la pratica dei due esercizi precedenti ho realizzato fino a quale punto i miei prossimi erano disturbati da questo piccolo disordine. Ho dunque deciso di mettere a posto sistematicamente le mie scarpe appena rientro a casa. Altro esempio: mi siedo sempre in fondo al tavolo, là da dove non ci si alza mai durante il pasto, per servire gli altri. Presa coscienza di questa abitudine ho deciso di sedermi in un altro posto.

In realtà le mie pene non erano alla fine. Infatti, dopo qualche giorno di questa pratica ero diventato… una persona estremamente sgradevole: ogni cosa mi faceva diventare nervoso, gli altri mi urtavano, il mio umore era pessimo e, oltretutto, ero diventato ipersensibile a quello che percepivo nel mio ambiente come un’ingratitudine, un’incapacità a riconoscere gli sforzi che la mia fatica mi imponeva. Riflettendoci mi sono reso conto che questa reazione corrispondeva a una forma di resistenza interna dell’ego. Agire con altruismo per semplice dovere umano e allo scopo di perfezionarsi spiritualmente, è altra cosa rispetto all’agire per darla a bere o per farsi benvolere dagli altri. Non bisogna aspettarsi una gratificazione immediata. Vedere la realtà del mio egoismo e smascherare il mio altruismo immaginario era un duro colpo al mio amor proprio. Sono riuscito finalmente a superare queste resistenze, mantenendo con fermezza questa prospettiva: devo essere altruista e benevolo verso gli altri, perché ho l’intima convinzione che quello è il cammino che il mio Creatore mi ha tracciato per il perfezionamento della mia anima e per cambiare il mio essere profondo.


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Frédéric Perrault. Titolo: Altruisme imaginaire, égoïsme réel


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