I fondamenti dell’etica: l’educazione del pensiero e il rispetto dei diritti

[Questo articolo è il 4° di una serie di 7 articoli su Il pensiero di Ostad Elahi]

La spiritualità intesa come medicina dell’anima considera l’anima stessa impegnata in un vero e proprio processo di assimilazione e di crescita, che non ha affatto un senso metaforico ma del tutto pratico e in quanto tale va sperimentato.

Introduzione

1) Il perfezionamento

2) L’uomo è un essere bidimensionale

3) La spiritualità come medicina dell’anima e la perfezione

4) I fondamenti dell’etica: l’educazione del pensiero e il rispetto dei diritti

5) L’intendimento spirituale e il sistema causale

6) Mondi, intermondi, vite successive

7) Il posto del divino: la relazione con la Fonte

Ora, l’essenziale della pratica spirituale è l’educazione del pensiero e per una ragione semplice: la sostanza di cui tutti siamo fatti, il nostro sentimento di esistere, la nostra coscienza di essere un “sé”, tutte le intenzioni, concezioni, emozioni o percezioni che si traducono in atti di volontà, in parole e in azioni, non sono altro che pensieri. È attraverso il pensiero che ci nutriamo di certe idee o di certi principi, che concepiamo desideri e progetti; è a partire dal flusso dei nostri pensieri che orientiamo la nostra condotta. È quindi lavorando su di esso che possiamo modificare i nostri tratti del carattere, sviluppare nuove abitudini, nuove capacità, qualità o virtù. È dunque fondamentale sviluppare una visione giusta di come alcuni principi e alcune massime d’azione siano capaci di influenzare la nostra psiche e di trasformare la nostra condotta. Ugualmente, è essenziale prendere coscienza delle motivazioni o intenzioni reali che si manifestano attraverso le azioni che compiamo.

La pratica spirituale presenta pertanto due aspetti. Il primo riguarda il sé, la conoscenza di sé. Questa conoscenza è in parte psicologica: si tratta di prendere coscienza delle proprie pulsioni e desideri, di giungere a discernere meglio le tendenze della propria psiche, le aspirazioni profonde, le convinzioni, i dubbi, le qualità e le debolezze. Ma ancor di più si tratta di essere attenti, con l’osservazione quotidiana, ai meccanismi grazie ai

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quali le diverse istanze psichiche (o psicospirituali), le diverse forme della nostra coscienza etica, intervengono nei nostri pensieri e azioni. Questa conoscenza tocca il sé cosciente profondo, che non bisogna confondere con il sé cosciente di superficie cui è connessa generalmente la nostra identità psichica e sociale. È parimenti una conoscenza attiva che consiste di fatto nel dominare meglio la parte impulsiva e imperiosa del sé.

L’io imperioso in effetti tiene il nostro spirito in uno stato di costante squilibrio. Indebolisce la nostra vigilanza nei confronti delle pulsioni che hanno una base naturale (e necessaria, come abbiamo visto), ma si rivelano malvagie, illegittime e nocive se gli diamo libero

corso. Il lavoro interiore, che consiste nel conoscere e controbilanciare gli effetti di questo “io imperioso” nutrendo il pensiero di principi o “nutrimenti” etici giusti, è alla fine il motore della conoscenza di sé. Conoscere il proprio io imperioso e le sue modalità di azione, in modo da agire efficacemente su di esso, significa conoscere sé stessi. La conoscenza di sé non si riduce dunque a una semplice introspezione psicologica. Secondo la descrizione di Ostad Elahi, è soprattutto un processo di educazione del pensiero.

Tuttavia, noi viviamo in società e la maggior parte delle difficoltà o prove, con cui si confronta chi si lancia nella lotta contro l’io imperioso, riguarda in maniera più o meno diretta gli altri, l’ambiente familiare e professionale. Quindi, la relazione con gli altri è il secondo aspetto essenziale del lavoro di perfezionamento. L’educazione del pensiero prende forma nel rispetto del diritto degli altri, che per Ostad Elahi è uno dei pilastri della pratica spirituale. In ogni circostanza, il pensiero e l’azione devono essere imperniati sulla regola di non infrangere i diritti altrui, che si basa sulla nota formula: non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Ostad Elahi insiste molto su questo punto: ogni essere, ogni creatura aspira a vivere in pace e questo è il suo diritto fondamentale al quale Dio stesso non ammette deroghe. Ora, l’io imperioso, poiché non conosce limiti, non cessa di calpestare i diritti degli altri in maniera più o meno esplicita. Possiamo dunque dire che la lotta contro l’“io imperioso” significa in pratica sforzarsi di rispettare i diritti delle creature in ogni situazione (Ostad Elahi considera che esiste un diritto del sé, ma anche un diritto del corpo, degli oggetti e di Dio stesso). L’attenzione agli altri, la tolleranza, l’altruismo sono qualità che è fondamentale acquisire per arrivare con volontà e perseveranza a trasformare realmente la propria sostanza.

Ciononostante, la pratica del perfezionamento si traduce innanzitutto in lotta interiore. Che si tratti di imparare a conoscersi e ad eludere le astuzie dell’“io imperioso” penetrando in sé stessi, oppure che si tratti di rispettare il diritto degli altri con il proprio comportamento esteriore e la parola e di compiere azioni disinteressate per i propri simili, in ogni caso, è necessario lavorare in primo luogo sul flusso dei propri pensieri, ponendo particolare attenzione all’intenzione che guida le nostre azioni, ai giudizi che riserviamo agli altri, ai pensieri che nutriamo sul mondo e su ciò che ci accade.


L’articolo è stato tratto dal sito: e-ostadelahi.fr. Autore: Emmanuel Comte. Titolo: Le perfectionnement.

9 commenti per I fondamenti dell’etica: l’educazione del pensiero e il rispetto dei diritti
  • Viola

    “L’io imperioso in effetti tiene il nostro spirito in uno stato di costante squilibrio. Indebolisce la nostra vigilanza nei confronti delle pulsioni che hanno una base naturale (e necessaria, come abbiamo visto), ma si rivelano malvagie, illegittime e nocive se gli diamo libero corso”.
    Se ne deduce che, se non si interviene attivamente e intenzionalmente in nessuna maniera sulle nostre pulsioni, non solo non si progredisce dal punto di vista spirituale ma addirittura si regredisce e che lasciare la ‘natura umana’ del tutto libera di seguire il proprio impulso non produce effetti positivi, tantomeno neutrali, ma nocivi dal punto di vista etico. Si può dire che questo mette in discussione l’idea dell’uomo buono per natura? Che la possibilità di intervenire sulla regolazione delle pulsioni(meccanismo automatico negli animali), priva della possibilità di essere ‘istintivamente’ buono?

  • Ergo

    Ergo:
    Quoto Viola: Mi sembrerebbe, se ho ben compreso il pensiero di Ostad Elahi, che la bontà, come del resto ogni qualità umana (e quindi “divina”), non sia che una potenzialità. In questo senso l’uomo risulterebbe non essere già determinato nè verso la bontà, nè verso la malevolenza, visto che ha in sè, nel suo essere psico-spirituale, tutte le componenti, che possono ispirargli tanto dei comportamenti etici quanto degli atti anti-etici. Potremmo dire che la palla infine sia in mano a lui stesso, attraverso il suo libero arbitrio. Certamente la componente dell’anima terrena ha una grande forza che, non contrastata, lasciata a se stessa, immediatamente e automaticamente si impone prendendo l’aspetto dell’io imperioso. Proseguendo lo studio di questo pensiero dovremmo essere anche in grado di comprendere perchè l’anima terrena, se non contrastata, prenda il sopravvento. Cosa che non accade alla componente celeste. Al momento gli articoli qui esposti non chiariscono ancora questo punto. Ma attingendo altrove, su articoli francesi, ho potuto capire che secondo Elahi l’anima terrena deve la sua forza e la sua tendenza a dominare al fatto che ha già compiuto il suo percorso di perfezionamento (dal minerale all’animale) prima di approdare all’essere umano, proprio per divenire idonea a congiungersi con la parte celeste. E’ diverso il caso dell’anima celeste che “sbarca”, appena creata, sull’essere umano, senza aver fatto alcun percorso precedente, priva di qualsiasi esperienza. Il suo percorso infatti inizia proprio con l’uomo ed è nella sua lotta con l’anima terrena che dovrà farsi le ossa. Nel frattempo, se non sarà sempre all’erta e vigile, sarà destinata a perdere. Nessuna vittoria gli sarà automatica. Chi mostra di essere istintivamente “buono”, invece, è perchè la sua componente celeste è sufficientemente maturata, invecchiata nel corso delle varie vite terrene – in cui essa si riincarna – e ha sufficientemente lottato tanto da avere acquisito una certa naturalezza in alcune qualità morali. Ci sembrerà allora che queste persone, senza grande fatica, quasi automaticamente, si comportino in modo morale, come se possedessero delle qualità innate, del tutto istintive. Questo istinto apparente, tuttavia, è il frutto di un grande e lungo lavoro “sommerso”, di cui gli altri sono completamente ignari.

  • Faos

    Non credo che Dio abbia creato l’uomo istintivamente cattivo; il fatto che nell’uomo sia presente l’io imperioso non esclude la possibilità di essere istintivamente buono. Se per “istintivamente buono” si intende infatti un indole ingenuamente buona allora quella credo sia presente in origine in tutti noi, poiché siamo delle creature divine. Il fatto che poi l’uomo si comporti male è dovuto al fatto che Dio gli ha dato, a differenza degli altri animali, il libero arbitrio. Ecco che un istinto principalmente buono si trasforma con un uso scorretto e inconsapevole del libero arbitrio, in quelle pulsioni deleterie all’anima a cui diamo il nome di “io imperioso”. Attribuirei quindi l’esistenza dell’io imperioso ad una scorretta educazione del pensiero e non un ad istinto innato voluto da Dio.

  • nemo

    Secondo me il nostro sè, la nostra coscienza o anima celeste che è stata creata pura come un angelo ma allo stesso tempo incapace di discernere il bene dal male, è in una parola ingenua. Ma grazie alla bontà divina, per permetterci di apprezzare l’immensa sensazione di perfezione che c’è nel regno dei perfetti, abbiamo avuto l’opportunità di conoscere il male.
    Posto che “il male è un accidente” possiamo dire che il nostro scopo nella vita sia quello di combattere il male, o meglio le nostre pulsioni negative che scaturiscono dal contatto della nostra anima celeste o coscenza con l’anima terrena che tende solo ai piaceri materiali.
    Da questo confronto nasce lo sforzo che dobbiamo mettere in pratica per ritornare nell’altro mondo con un bagaglio spirituale maggiore e poter col tempo che abbiamo a disposizione raggiungere un livello di coscienza tale da godere appieno della bontà divina!

  • Paul

    Il fatto che che l’essere umano necessiti assolutamente di una medicina mi fa venire in mente il concetto di malattia congenita. Mi viene quindi da pensare che il perfezionarsi sia il raggiungere quella salute mai sperimentata prima. È come dire che invece di nascere sani e poi ammalarci nel corso della vita, nasciamo in uno stato di squilibrio con la potenzialità di guadagnare la salute e di vivere una vita che acquisirebbe una dimensione nuova e diversa. È quindi conoscendo noi stessi attraverso la lotta contro l’io imperioso e rispettando gli altrui diritti che possiamo guarire. Tutto ciò significa che abbiamo il pesante carico del libero arbitrio.

  • pantarei

    Quello che il mio io imperioso (bella questa definizione!) mi suggerisce in continuazione, sono cose del tipo: “Ma chi te li fa fare tutti questi sforzi ispirati alla morale, indirizzati verso un comportamento etico… ecc. perché tutte queste complicazioni?” Ciò che mi spaventa, che mi fa osservare questa parte di me (anche gli antichi filosofi indiani la indicavano come un prodotto delle nostre pulsioni) con timore, è la rapidità con cui apprende e si evolve e la sua capacità di ispirarmi obiezioni logiche e razionali che, se non ben valutate, ci possono portare completamente fuori strada. Lo squilibrio è molto forte e attualmente è ben alimentato dalla pressione esterna (media, personaggi e situazioni portate ad esempio). Sembrerebbe un percorso destinato a pochi abili solutori… è veramente così?

  • drM

    @ Pantarei: personalmente penso che la mia lotta contro l’io imperioso sia abbastanza in-vincibile. Tuttavia credo (spero, auspico) che, posto che la vita ha un senso e che io ho uno scopo (ritorno/resurrezione/perfezionamento), il mezzo sia il processo di lotta più che il risultato. Anzi, mi viene quasi in mente che avere a disposizione un io imperioso sempre più forte e astuto sia più una risorsa che un supplizio.

  • Manlio Corsari

    L’abitudine a immaginare il pensiero come qualcosa di esistente ma, tuttavia, poco concreto, non ci fa comprendere la necessità di ‘coltivarlo’ e dirigerlo con la dovuta attenzione. Ho l’impressione che siamo un po’ tutti attetni (più o meno) agli atti e ai comportamenti e non facciamo sufficiente attenzione al programma profondo: il pensiero e la sua natura sostanziale. Eppure già Buddha (quello più autentico, non quello travisato dal mercato del misticismo)più di 2500 anni fa affermava: “Il pensiero tremulo, labile, difficile a custodire, difficile a contenere, esso raddrizza l’uomo accorto, come un fabbricante di frecce il dardo.”

  • Paul

    Sì il pensiero… seguito dalle azioni… Credo sia il pensiero la potenzialità, la possibilità di realizzare che, solo se trova una profonda motivazione, si può infine trasformare in qualche cosa di più visibile al mondo esterno e divenire quindi azione. Un’azione che ha un impatto sul mondo che ci circonda e ci permette di raccogliere il risultato dell’impatto stesso. Quindi la possibilità di verificare il nostro pensiero, di correggere e riaggiustare il tiro, di rivedere il nostro pensiero e di perfezionarlo gradualmente in base agli effetti che questo produce. Credo sia questa la strada per cercare di cogliere il circolo virtuoso che faccia crescere il nostro pensiero.

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